Featured Post

The Poison Papers

The Environmental Protection Agency’s mission statement reads: “to protect human health and the environment.” Ironically, while the EPA ...

Monday, February 7, 2011

Net Generation

Che lo vogliamo o no, sta veramente cambiando tutto.
Per anni abbiamo aspettato, con fiducia, con fastidio o con timore, che arrivasse il futuro, come si aspetta un temporale, e non riuscivamo a vederlo.
A lungo abbiamo guardato Star Trek, Ufo, Spazio 1999 e 2001 Odissea nello spazio, le nuove serie di Star Trek, Visitors, Gattaca, Alien, Farscape, Battlestar Galactica, cercando di abituarci a un futuro possibile, provando a capire meglio cosa ci aspettava. Poi li abbiamo rivisti in età matura, come si fa con i classici. Abbiamo riletto Asimov, i fumetti dei supereroi della Marvel, e anche Philip Dick, sbirciando fuori dalla pagina, guardando in cielo, in attesa di un disco volante, o nelle vetrine del centro, in attesa di un oggetto di design degno di un’astronave. E invece non è arrivato niente. Tutto rimaneva come prima. E non si capiva perché. Poi, da qualche anno ci sono dei segnali nuovi, che però non vengono dall’esterno, ma arrivano dalla gente. E allora si capisce che le prove generali del futuro sono in corso, che un cambiamento è imminente. E che quella trasformazione si deve alla prima generazione che crede veramente in un profondo cambio di rotta, la prima generazione che dopo decenni ha il coraggio di guardare il futuro negli occhi e magari anche di addomesticarlo: la Net Generation. Una generazione di alieni.
Gente che guarda avanti e non guarda più indietro. A differenza di tutti gli altri, compresi i quarantenni di adesso, che sono sempre stati come Giano bifronte: da una parte guardano al futuro possibile di Incontri ravvicinati del terzo tipo e di Guerre stellari, e dall’altra continuano a crogiolarsi nella nostalgia degli show del venerdì sera con i successi di ieri, o coi dvd degli sceneggiati fiume di Anton Giulio Majano. Chi oggi ha vent’anni guarda fisso avanti, conscio di vivere in una società veloce, che ha fretta di bruciare le tappe. Chi fa parte del club esclusivo della Net Generation non ha più tempo di leggere Guerra e pace, Umiliati e offesi se lo legge nella sintesi di Wikipedia, e la propria giornata la divide in maniera disordinata (almeno agli occhi degli altri) tra ipad, iphone, cuffie, netbook, wireless, flash fiction, televisione in sottofondo, SMS scambiati al volo , Twitter novels, mashup su Youtube, commenti sui blog, brevi viaggi in Blue Mars, apparizioni su Facebook, lettura di fumetti manga, conversazioni su Tumblr, Keitai Shosetsu (le storie da SMS), avvistamenti su Foursquare e cronache di viaggio su TripAdvisor.

È un mondo a parte quello dei giovani di oggi, i digital nomads, che, con minimalismo tecnologicamente francescano, hanno scelto di avere la casa all’interno del loro computer. Un universo in mutazione, che tutti dovrebbero conoscere, perché è la vera novità degli ultimi decenni.
Ventun anni. I ventun anni che vanno dal 1977 al 1997. È questa la forbice anagrafica dei nativi digitali, una generazione forte e determinata nata sotto il segno delle nuove tecnologie e di internet, che conta tra i suoi alfieri Mark Zuckerberg (1984), il fondatore di Facebook, e la cantante Lady Gaga (1986). La prima generazione abituata fin dalla nascita ad avere a che fare con i new media, con i computer, con le promesse e con i miracoli della multimedialità. Quella che forse fra qualche anno leggerà i giornali soltanto sull’ipad e che i jeans li proverà nei camerini di Second Life, attraverso il proprio avatar.
La Net Generation, nota anche come Generation Y e Millenial Generation, è una generazione decisa che rivendica e ha, a tutti gli effetti, un’identità forte. I ragazzi della Generazione X (1965-1976), quelli che sono venuti prima di loro si sono trovati tra l’incudine e il martello, erano al contempo figli e fratelli dei baby boomers (1946-1964) e hanno vissuto un ruolo piuttosto ambiguo che ha causato non pochi problemi a chi volesse affermare con forza il proprio modo di essere. La Generazione X, quella descritta acutamente dallo scrittore Douglas Coupland, era troppo vicina a quella precedente per vedere le cose con distacco, per prendere una certa distanza dagli altri.

La Net Generation invece è tutt’altro che ibrida, è una generazione a tutto tondo, senza crisi di identità, che si è forgiata un proprio carattere specifico.
Tra questa generazione e quelle precedenti si registra uno iato profondo. Fino a prima, bene o male c’era una certa uniformità nei gusti, nei giudizi e nei modi di essere e di pensare.
Facciamo un esempio pratico. Non è raro che un quarantenne si diverta con un videogame tipo Bioshock o Medal of Honor. Ci gioca, magari si aiuta con le soluzioni cartacee o con quelle online, si sente coinvolto nel climax del videogames, e soprattutto ama osservare le scenografie e i dettagli, pensando quanto siano lontani i tempi di Pac Man e di Space Invaders. Anche un sessantenne può essere incuriosito da quei videogame, però in genere, tranne rari casi, non ci gioca: guarda qualcun altro giocare – preferibilmente un adventure alla Myst- e osserva rapito. Sia il quarantenne che il sessantenne poi discutono della ricchezza degli scenari, sulla minuzia con cui sono realizzati gli armamenti (“ah, ti ricordi come erano fatti bene i G.I. Joe?”) e riservano sempre qualche parola di critica sulla violenza dei videogiochi.

Un ventenne ragiona in un altro modo: non fa attenzione a come gli sviluppatori e lo staff di creativi hanno realizzato quel videogame, ma a come lo porta a termine lui. È un’attitudine zen, che considera i problemi e i divertimenti sotto una nuova luce, abbandonando il ruolo dell’osservatore incantato per passare a quello dello sperimentatore, del critico, del tester.
È questo il modo di essere della Net Generation. La generazione cui è dedicato il libro che avete tra le mani punta soprattutto sull’esperienza. Dove altri propendevano per la contemplazione, loro scelgono la continua disamina, l’ininterrotta confutazione di tutto. È l’atteggiamento cauto di chi rivendica una propria autonomia e convince per la capacità di capire partendo dagli errori di chi li ha preceduti. È una generazione che guarda con due diverse prospettive: da un lato osserva la generazione immediatamente precedente e di quella evita tutte le ingenuità e i passi falsi; dall’altro lato si contrappone ai baby boomers e cerca di dire qualcosa di veramente nuovo, differenziandosi strutturalmente, mostrando di essere molto più della generazione nata col walkman e con l’ipod.
Ma quali sono le peculiarità di questa contrapposizione (parlare di scontro sarebbe esagerato) generazionale? Innanzitutto la Net generation appare più compatta della generazione dei Baby boomers. Una ha un arco temporale di 21 anni, l’altra di 29, e quegli otto anni rappresentano una differenza significativa. Infatti i baby boomers, per quanto abbiano molti riferimenti in comune tra loro, appaiono come una nebulosa dove c’è un po’ di tutto, dai Beatles ai Pink Floyd, dai mobili finto-classico fatti in Brianza a quelli di Verner Panton, dai Promessi sposi di Sandro Bolchi a quelli del Trio. 

All’interno di questi flussi di sollecitazioni culturali che hanno attraversato una trentina d’anni, ci sono poi dei legami. Molti baby boomers hanno mutuato molti gusti dei propri genitori: non si contano padri, figli e nipoti che ascoltano Fabrizio de André, o i Pooh o i Rolling Stones. Ci sono vere e proprie catene genetiche di passioni che si sono tramandate, mai interrotte nell’arco di trent’anni. Una per tutte, i fumetti di Tex, che è diventato come una specie di parente, come un membro della famiglia, che ha accompagnato varie generazioni dalla giovinezza alla vecchiaia, un po’ come La settimana enigmistica.
Eppure, a prescindere da collegamenti significativi sul piano del costume ma non sufficienti per costruire un modello sociale, come la passione per un cantautore o per il protagonista di un fumetto, i baby boomers appaiono piuttosto dispersi tra loro. Per quanto condividano certi modi di essere e di pensare, come un certo spirito ludico, spesso hanno vissuto momenti storici radicalmente diversi, cui tra l’altro mancava un collante, un Leitmotiv che tenesse tutto insieme. Così, è pur vero che madre e figlia ascoltano entrambe Claudio Baglioni, ma magari la pensano in modo diametralmente opposto in fatto di politica, anche a causa della loro età. È difficile trovare due baby boomers uguali, mentre non è escluso che ci siano due Net Geners molto simili. Una similitudine frutto di un concetto evoluzionista, di uno spirito di adattamento che ha spinto i ventenni di oggi a studiare una ben precisa strategia comportamentale.

La generazione dei baby boomers aveva dei valori forti, dal Lego a James Bond, e faceva gruppo in nome dei propri ideali; la Generazione X era rimasta scottata dalle delusioni dei baby boomers e cercava di fare gruppo per leccarsi le ferite; la Net Generation, più disincantata, socializza per salvaguardare i propri interessi: non si condivide una casa per farla diventare una comune ma semplicemente perché si dividono le spese.
La Generazione X sentiva il bisogno di un sentimento di classe, non fosse altro che per spalleggiarsi. Era una leva meno individualista di quella precedente. Gli X Geners puntavano su un concetto più edulcorato di identità di gruppo. Non era una generazione arrabbiata o aggressiva, faceva gruppo per difendersi. E quei personaggi li si immagina facilmente con i calzoni a ¾ a giocare alla Playstation o alle simulazioni delle battaglie di Warhammer.
I figli della Net Generation sono diversi, ragionano in un altro modo. In un certo senso si considerano un’élite. Forse sono dei privilegiati. In ogni caso sono esigenti.
Gli X Geners si trovano spesso schiacciati sotto il peso dei baby boomers, che si erano accaparrati prima i posti migliori, fossero gli agriturismi biologici inventati dagli ex sessantottini o gli ultimi posti fissi rimasti vacanti. Quelli della Net Gen si sono fatti furbi: visto come si erano messe le cose per i loro fratellini maggiori, hanno cambiato tattica e hanno puntato i piedi.
E ce l’hanno fatta grazie a internet. La loro armata segreta è il web 2.0. Grazie a questo formidabile strumento, i nativi digitali stanno riuscendo a imporsi, fissando le proprie regole.
Dei tratti distintivi di questa generazione si parla approfonditamente in questo libro: Don Tapscott, forte di un’indagine meticolosa e di pareri di prima mano, cesella un ritratto puntuale e convincente, in cui si possono riconoscere tranquillamente milioni di giovani. Quindi non è il caso di cimentarsi qui in una sintesi generazionale. Per questo c’è Wikipedia. Può essere invece di qualche interesse riassumere i caratteri peculiari del web 2.0, l’arma vincente dei Net Geners, che sono la condivisione, la personalizzazione e la reputazione in rete, tre capisaldi che hanno dato vita a innumerevoli saggi, dibattiti e tavole rotonde sul tema della vita quotidiana ai tempi dei social network.A questi tre nuclei si aggiunge la voglia incessante, quasi ossessiva, di verificare -consentita e forse provocata dalla natura stessa di internet- che rende più semplice sottoporre a esami continui qualsiasi cosa. Emerge così l’idea di una generazione più diffidente, che non vuole farsi ingannare. Forse è così. Ma sicuramente è una generazione che vuol lasciare la propria firma su tutto quello che tocca. Gente che non si accontenta del mondo standard ma che vuole un mondo su misura, un po’ sulla falsariga di Second Life, il cui claim è “Your World, Your imagination”. Solo che qui il mondo virtuale non basta. Ci vuole quello vero.
Quindi, via libera alla personalizzazione sfrenata. Un concetto che teoricamente può essere esteso all’infinito e che a un certo punto assume anche una connotazione etica. I baby boomers al massimo personalizzavano le loro camerette con gli adesivi di un marchio di jeans o di una radio privata. I net geners invece personalizzano tutto alla radice. La customization diventa una pratica diffusa per segnare il territorio, di più, una sorta di codice esistenziale, e spesso persino un capriccio: si arriva a esigere di personalizzare secondo i propri desideri le persone e anche le istituzioni.
I nativi digitali si trovano in una posizione di forza. Sono quelli che hanno più dimestichezza con le nuove tecnologie, quelli che hanno l’età per cimentarsi nelle gare di videogames e quelli che non devono mascherarsi da avatar giovani per frequentare i mondi virtuali virtualmente vietati ai maggiori di 60 anni.
Però si trovano anche a dover gestire una grossa responsabilità, sono fortemente sensibilizzati su una serie di questioni chiave legate proprio al web 2.0, il loro strumento principe. Infatti il giochino dei social network è difficile da gestire e riserva una serie di sorprese. Dopo tanto clamore e entusiasmo per questo nuovo modo di vivere internet, rimangono vari problemi da risolvere.
Senza arrivare alle conclusioni estreme ma legittime e attualissime di Fabio Metitieri, autore de Il grande inganno del web 2.0 (Laterza, 2009), bisogna notare che molte cose ancora non funzionano. Sono questioni che toccano le sfere dell’etica, della comunicazione e della politica.
Primo problema: il web 2.0 dovrebbe essere il regno della democrazia, il territorio dove tutti sono liberi di esprimersi. Un diritto sacrosanto, che a volte però viene travisato, dato che si pensa che sia legittimato anche il diritto di dire qualsiasi cosa senza cognizione di causa, dando lo stesso valore al parere di uno scienziato e a quelle di un profano. Nelle infinite discussioni che si svolgono in internet, in Facebook come in Friendfeed, o nei commenti dei blog, si moltiplicano le voci, anche offensive a volte, e i moderatori non sempre sono all’altezza del loro ruolo.Nei media tradizionali, siano essi giornali o programmi televisivi, c’è sempre un controllo e si sta sempre attenti a non dare adito alla diffamazione. Su internet il controllo è più blando. Si parla o si sparla liberamente di uno e dell’altro, si incensano o si distruggono personaggi senza remore.
E in attesa che i legislatori e i teorici dell’informazione mettano a punto nuove regole, i Net Geners dovrebbero iniziare a preoccuparsi anche di questo aspetto, su cui si è concentrata anche l’attenzione di registi come David Fincher, autore di The Social Network e Hideo Nakata, che al Festival di Cannes del 2010 ha presentato Chatroom.
Un altro discorso importante riguarda la costruzione di una cultura dei Net Geners. O forse, in realtà, quella cultura giù esiste e noi facciamo fatica ad accorgercene, dato che è dissimulata da varie sovrapposizioni e stratificazioni di culture precedenti.
 relegato alla nicchia di chi dipingeva le miniature di soldatini per i tornei del finesettimana, ha ripreso quota sotto una nuova veste, molto legata ai nativi digitali: la personalizzazione per delega.
Questa nuova prassi, che ricorda un po’ le invenzioni artistiche concettuali di John Armleder, consiste nel demandare ad altri la produzione di prodotti artigianali di matrice hobbystica e spesso di gusto kitsch che una volta veniva espletata da soli.
Ma come funziona questo nuovo meccanismo? È molto semplice; fino a ieri si avevano degli hobby e ci si prendeva in pieno la responsabilità di ciò che si faceva. Volevi cambiare la livrea della tua Ford Fiesta? media diversi, e poi entrano in campo tutta una serie di nuove icone, tra cui hanno un ruolo preminente le cosiddette internet celebrities. Poi c’è un discorso di metodo. Il baby boomer tende a giocare per giustapposizione, punta sul confronto, mette una accanto all’altra icone differenti, magari cercando contrasti azzardati. Il Net Gener invece manipola, cerca il meccanismo, smonta l’icona e la ricompone a suo modo. Essere nati nell’epoca di internet significa anche questo: avere la voglia e la capacità di sondare tutte le potenzialità di un meccanismo –ma anche di un’icona- per poi personalizzarla.

Le nuove tecnologie, usate con estrema padronanza da questa generazione, hanno cambiato anche le forme espressive, e quindi bisogna riconsiderare tutto, evitando il facile tranello che porta a identificare tutto, o quasi, come un gioco.
Già da un po’ di anni nel campo dell’arte si respira un’atmosfera ludica, c’è molta voglia di giocare e di scherzare, di provocare e di “épater le bourgeois”. Pare quindi che l’arte di questo periodo sia leggera e disinvolta, che punti quasi esclusivamente su pastiches e parodie. In realtà ci sono due correnti compresenti. Tutto il versante ludico o pseudo-ludico è rappresentato dai baby boomers più giovani, i quarantenni, che cristallizzano (probabilmente per l’ultima volta) un universo di icone e di ricordi legati soprattutto agli stereotipi della loro giovinezza. E a ben vedere, quello è un immaginario prettamente televisivo.

I ragazzi della Net Generation invece mettono a punto un’altra estetica, basata perlopiù sull’immaginario di internet, i cui riferimenti talvolta sono simili ma i cui fondamenti sono assolutamente diversi. Innanzitutto è un immaginario ri-mediato, frutto di una riscrittura attraverso

Questo della personalizzazione è un aspetto fondamentale che, come abbiamo già rilevato, può addirittura assurgere allo status di codice esistenziale.
La Net Generation ha inventato un raffinato bricolage di matrice digitale. Potrebbe essere definita in un certo senso la generazione del revival dell’hobby, un modo di essere a lungo dimenticato, affossato negli anni ’90 dopo aver vissuto decenni di gloria con i modellini Airfix e i galeoni in balsa. I baby boomers da giovani amavano e coltivavano gli hobby: giocavano coi trenini e col Meccano. Poi hanno preferito l’idea di collezione, che rappresenta la naturale evoluzione dell’hobby (da grandi si colleziona, ricomprando su eBay, il modellino dell’Hurricane o dello Sherman costruito da piccoli.
La Net Generation invece coltiva gli hobby, magari trasformandoli in qualcosa di redditizio. Al modellino da costruire si preferisce il dj set o la creazione di bijoux di design.

In tal modo, coniugando tutti questi elementi – personalizzazione, hobby, voglia di sperimentare – prende forma e torna in auge la moda del savoir faire, che a volte si traduce nel “fatto su misura”tanto apprezzato dai Net Geners.

Ci sono sostanzialmente due tipi di virtuosismo artigianale: quello di chi fa l’artigiano per professione (non è il caso dei Net Geners, ma piuttosto una delle possibili declinazioni professionali del baby boomer) e quello dell’hobbysta, o meglio degli omologhi di oggi degli hobbysti di vent’anni fa.
Fino agli anni ’80 si parlava molto di bricolage, di decoupage, di “fai da te”, di piccole incombenze domestiche risolte prontamente con la cassetta degli attrezzi.
Poi, negli anni ‘90 sembrava che la “Generazione H”, ovvero quella degli hobbysti, fosse a rischio di estinzione. I bricoleur erano diventati come i panda e i varani, se ne vedevano sempre meno. Tutta una serie di attività, come la pesca alla mosca, il modellismo, il fermodellismo, erano leggermente in declino.
Poi, dal 2000 in poi c’è stata una lenta ma significativa ripresa dell’hobby, che dopo essere stato Liberissimo: la cosa rientrava nel discorso dell’hobby, lo facevi e ti prendevi i meriti o le critiche. Oggi invece si affida questo discorso di variazione sul tema, che poi coincide con il discorso della personalizzazione, ad altri, con il risultato che ci si svincola dalla figura un po’ fuori moda dell’hobbista e si fa un upgrade immediato di chi era hobbista ed ora è “professionista”.
Negli ultimi anni sono cresciute come funghi botteghe artigianali di vario genere, per aiutare a personalizzare quasi ogni cosa: i nuovi artigiani realizzano tatuaggi, piercing, disegni con l’aerografo creati per le moto e per le auto, per le scarpe da ginnastica, per le chitarre, nelle tavole da surf artigianali, nelle T-shirt personalizzate, nelle borse Freitag, fino ad arrivare alle action figures personalizzate (www.andgor.com e http://imatoy.com/index.html ), dove ciascuno può dare le proprie sembianze a un pupazzo.
Inoltre c’è un forte coinvolgimento dell’utente che può accedere ai meccanismi della creazione direttamente, tramite un sito web ricco di opzioni. Un invito alla creazione che può anche spingere 

verso l’illusione di essere un creativo vero, anziché un dilettante, dato che si tende a evitare la legittimazione da parte dei critici autorevoli cercandola piuttosto tra gli amici del web, autocelebrando a vicenda i rispettivi talenti. Tenendo presente che in genere si tratta perlopiù di virtuosismi tecnici (che si tratti di foto scattate in Second Life e non ritoccate con Photoshop o di racconti di fan fiction perfettamente aderenti al “canone”) e più raramente di invenzioni di rilievo.
C’è una forte valorizzazione dell’artigianato, che rischia di andare a scapito della forza concettuale. Si premia e si gratifica chi realizza l’oggetto e facendo così si rischia di spingere molte persone a spostare l’attenzione sul saper fare, sul virtuosismo, sulla rifinitura, che diventa preponderante ed eccessiva.
Tutte queste cose sono in parte coincise con il revival degli hobby, che sono tali anche se nessuno ha il coraggio di chiamarli così. Da quando c’è internet il tempo libero è ritornato alla ribalta, anche se nessuno osa dirlo esplicitamente. La gente tende a prendere le distanze dalla parola hobby. In questo periodo dire che si ha del tempo libero equivale a dire che non si è persone efficienti e realizzate, 
 integrate nel sistema che corre. Bisogna trasformare quello che un tempo era l’hobby in un lavoro, mascherandolo, facendolo apparire altro.
Rimangono i gruppi di aeromodellistica e di fotoamatori (molti sono anche su Facebook) ma internet spinge a cambiare radicalmente l’idea di associazionismo. Davanti al computer si sta da soli, si crea da soli, e allora decade l’idea del gruppo a favore di un lavoro solitario, dove non ci si misura più con dieci o venti persone ma con migliaia di individui. E allora bisogna veramente dimostrare di essere bravi, di essere dei veri virtuosi, che si tratti di usare pochi prim per costruire una cattedrale in Second Life o che si voglia suonare la musica di Duke Nukem con l’arpa o il motivetto di Super Mario Bros. Col flauto traverso.
Il tempo libero spesso coincide con il “tempo del web”, quello dedicato alle relazioni su Facebook, Twitter, Friendfeed, ecc. È un tempo assai frammentato ma pur sempre tempo libero rimane.
E qualcuno usa quel tempo in modo creativo, rivitalizzando gli hobby di una volta, creando un’opera d’arte (che poi magari venderà) all’interno di Second Life, postando un video su Youtube o autopubblicandosi un libro con Issuu o con Lulu.com.
La Net Generation è quindi a tutti gli effetti una generazione di tecno-bricoleur.
Nel XXI secolo l’hobby vive una seconda giovinezza. Come categoria, esiste da tempo, ma adesso appare mutato: la differenza è che con internet ci si può mascherare: le immagini che prima si sarebbero presentate al circolo fotoamatori adesso si possono mettere su Flickr e Deviantart dove assumono subito un’altra aura e dove si possono legare a un’identità costruita ad hoc per dare più carisma.L’hobbista si è riciclato, si presenta come autore, si sente forte di una legittimazione. Cosa faceva l’hobbista? Lavori in legno, decoupage, batik, uncinetto, pittura su ceramica. Adesso si cimenta con i tools di Photoshop.
L’hobbista di ieri si dedicava al suo passatempo senza fini di lucro. Oggi invece ha trasformato il suo passatempo in un lavoro, e quindi reclama uno status preciso per quello che fa. E non si sente esattamente un artigiano, ma ha un certo imbarazzo nel definirsi un artista, è una figura di mezzo, che non fa parte né di una né dell’altra categoria. È una nuova figura professionale alla ricerca di una propria legittimazione, che si inserisce sul mercato e si porta dietro il proprio bagaglio artistico e culturale, che non di rado ha una componente Kitsch. In media la formazione di questi personaggi comprende la passione per la fotografia, per i fumetti, in misura minore per il cinema, e un trascorso nelle vesti di artigiano ludico, per esempio come pittore di miniature degli eserciti fantasy.
A un certo punto il terziario ludico ha deciso di riciclarsi, dopo aver saltato una generazione. I figli di chi si era guadagnato un posto al sole nelle vetrine dei negozi di modellismo, distinguendosi per la minuzia con cui dipingeva elfi e soldatini, hanno cominciato a creare contenuti in Second Life. I nipoti di chi si dilettava di fotografia, ha deciso di abbracciare i temi in voga sul web e si è fatto un nome su Deviantart.
Con l’affermarsi dell’hobby 2.0 prende forma anche una nuova estetica, che si basa su parametri legati a un deciso pragmatismo.
Il virtuosismo che emerge nei gusti dei Net Geners si lega molto al discorso del “fatto a mano”, di una concezione sartoriale dell’opera d’arte. L’handmade, il fatto a mano sembra aggiungere un plusvalore all’opera. Si sente il gusto del dettaglio, si apprezza il fatto che non sia semplicemente il prodotto di una macchina. Nel caso dell’arte di Second Life si prescrive di non utilizzare Photoshop per dare un’idea di artigianalità. È lo stesso discorso delle fotocamere digitali: se si realizzano foto con le impostazioni manuali, sembra di essere più bravi.
E questa cultura del “fatto su misura” si rispecchia un po’ in tutto: negli accostamenti di capi di abbigliamento comprati da H&M con accessori vintage di un certo valore, con la ricomposizione di film rimontati per dar vita a inediti mashup, ai viaggi su misura costruiti partendo da un’occasione proposta da una compagnia low cost.

In tutto questo ragionamento ha un ruolo importante anche la casualità, altro elemento fondativo nella vita quotidiana dei Net Geners. Faccio un esempio: se un baby boomer organizza un viaggio, prima decide dove andare, e poi cerca la soluzione più adeguata. Il Net Gener ribalta la questione: prima guarda su internet quali sono i voli più convenienti, e poi si inventa il viaggio che vuole partendo dalla proposta che ritiene più conveniente, magari facendo base in una città fuori dalle rotte consuete, che difficilmente sarebbe apparsa nel palinsensto di un pacchetto classico. Cambiano le mete ma soprattutto si rovescia totalmente il modo di vedere le cose: non è soltanto questione di andare a Leeds o a Memmingen anziché in una capitale europea, ma di cambiare prospettiva. È un atteggiamento mentale diverso, che considera le questioni dall’altro lato, aggirando astutamente i problemi.
I membri della net generation hanno meno tabù di quanti ne avesse chi li ha preceduti. Sono molto meno deferenti e timorosi: l’autorità dell’istituzione come quella dell’opera d’arte viene messa in discussione.
È una generazione che ama guardare attraverso le cose, che va oltre lo specchio. È una società mediatica dove teoricamente non ci sono segreti, dove chi mente viene subito sbugiardato e dove tutto viene notato e controllato.
Per certi versi appare anche come una società difficile, che riporta alla mente certi film degli anni ’90 incentrati su società in cui vige il controllo totale.
Eppure per certi versi il pericolo c’è. A furia di iniezioni di reality show e di video di Youtube ci siamo trovati senza accorgercene sbalzati in una società voyeuristica del controllo, dove è sempre più difficile nascondersi e farsi i fatti propri.
Un altro compito della net generation consisterà nel limitare la potenza di quest’occhio sociale assoluto che dilaga in Rete.
Senza dimenticare, infine, la necessità di monitorare il grado di virtualizzazione del mondo vero. Dal 2007, l’anno del boom di Second Life, c’è stato il tentativo di esorcizzare i mondi virtuali, di delimitarne la portata, cercando di annientarli sui media e ridimensionandoli scherzosamente nelle chiacchiere da bar. Senza accorgersi che quel presunto mostro, uscito dalla porta sta rientrando prepotentemente dalla finestra. Ora che i mondi sintetici non fanno più paura a nessuno, è il mondo vero che si sta virtualizzando, ridefinito in ogni secondo dalle mappe e dai commenti di FourSquare e di Gowalla.
I ragazzi della Net Generation, novelli Rastignac col mondo ai loro piedi, hanno parecchio lavoro da fare. Adesso che stanno scomparendo tutte le icone di cerniera dei baby boomers più giovani e di quelli più vecchi (uno degli ultimi è stato Tony Curtis) e che i “favolosi anni ‘60” cominciano a funzionare soltanto per amarcord autoreferenziali, si sente veramente aria di futuro. E i gran cerimonieri del tempo che verrà, per il futuro vero, non quello immaginato dai film di Kubrick e Ishiro Honda, sono i pionieri della Net Generation. E a loro vanno i migliori auguri di un baby boomer.


Mario Gerosa, prefazione a Don Tapscott, Net Generation 3 febbraio 2011

 Don Tapscott discusses the “net” generation

No comments:

Post a Comment

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...