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Tuesday, April 12, 2011

Finanzcapitalismo di Luciano Gallino

Nel pieno della «tempesta perfetta», cominciata alla fine dell’estate 2007 e ancora drammaticamente reale, Luciano Gallino esplora con rigore scientifico e acume filosofico le deformazioni di un sistema che sembra aver abbandonato l’idea della produzione di valore a favore di metodi più veloci – e apparentemente più redditizi – di «estrazione». Un termine, questo, che rimanda immediatamente allo sfruttamento delle risorse naturali, ma che è estendibile, senza forzature, anche allo sfruttamento dell’essere umano. Un sistema così concepito, spiega Gallino, trasforma l’impresa post-capitalistica in una mega-macchina sociale che tende ad abbracciare  «ogni momento e aspetto dell’esistenza […] dalla nascita alla morte o all’estinzione»

Il finanzcapitalismo non è certo la prima mega-macchina con cui ci troviamo ad avere a che fare, persino l’organizzazione che consentiva nell’antico Egitto la costruzione delle piramidi lo era. Ma il finanzcapitalismo ha superato tutte le precedenti in pervasività e radicalizzazione del proprio scopo, costituendosi come la struttura capillare «di tutti i sottosistemi sociali, di tutti gli strati della società, della natura e della persona».

Siamo nel mezzo della più grande operazione di sfruttamento che la storia abbia mai conosciuto. Eppure, ci dice Gallino, è ancora possibile uscirne: ciò che è necessario è un movimento di riappropriazione delle nostre facoltà intellettive e affettive, una vera e propria rivoluzione della ragione contro gli eccessi della finanza.



La mega-macchina del finanzcapitalismo è giunta ad asservire ai propri scopi di estrazione del valore ogni aspetto come ogni angolo del mondo contemporaneo. Un simile successo non è dovuto a un’economia che con le sue innovazioni ha travolto la politica, bensí a una politica che ha identificato i propri fini con quelli dell’economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa. In tal modo la politica ha abdicato al proprio compito storico di incivilire, governando l’economia, la convivenza umana. Ma non si è limitata a questo. Ha contribuito a trasformare il finanzcapitalismo nel sistema politico dominante a livello mondiale, capace di unificare le civiltà preesistenti in una sola civiltà-mondo, e al tempo stesso di svuotare di sostanza e di senso il processo democratico.


Luciano Gallino rovescia il luogo comune per cui la politica sia stata soppiantata dall’economia. Il mondo non è dominato dall’economia, ma da un’ideologia, quella neo-liberista, che è una teoria politica prima ancora che economica. È un credo politico che si è deciso guidasse il corso del mercato con il suo linguaggio totalizzante, e questo rischia di erodere le utopie del nostro vivere comune. Ecco perché il problema principale non è la crisi in sé, ma che viviamo all’interno di una crisi di civiltà non facilmente risolvibile.


http://www.einaudi.it/speciali/Luciano-Gallino-Finanzcapitalismo


Quello di Gallino è il viaggio dentro i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo egemonico: un sistema economico basato sull´azzardo morale e sull´irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e di uomini che ormai non sono più "ceto medio", ma "classe povera". Quello che è accaduto, da quella drammatica fine estate del 2007, lo sappiamo. Quello che ancora mancava è un´analisi storica e sociologica, oltre che economica, del processo che ha cambiato i connotati del sistema. Gallino lo ricostruisce a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle "mega-macchine sociali": quelle grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come "componenti o servo-unità". Kombinat di potere politico, economico e culturale che hanno generato "mostri" nell'arco dei millenni: dalle piramidi egiziane costruite col sangue degli schiavi all´Impero Romano, dalla fabbrica di sterminio del Terzo Reich nazista all´universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo alla fase più "evoluta": il "finanzcapitalismo", "mega-macchina" sviluppata allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi». E questa "estrazione di valore" è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario che ormai abbraccia «ogni momento e ogni aspetto dell´esistenza». Dalla nascita alla morte: come il vecchio Welfare, arruginito e inservibile secondo la vulgata occidentale dominante, abbracciava un tempo l´individuo "dalla culla alla bara". Il salto di qualità è nel passaggio cruciale dalla "produzione" alla "estrazione" del valore. Si "produce" valore quando si costruisce una casa o una scuola; si "estrae" valore quando si impone un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse. Si "produce" valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si "estrae" valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario. Se la "mega-macchina" del vecchio capitalismo industriale fordista aveva come motore l´industria manifatturiera, la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" ha come motore l´industria finanziaria. La prima "girava" grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda "gira" grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. "Finanza creativa", abbiamo imparato a chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato. Non ci siamo accorti che, nel frattempo, è diventata "finanza distruttiva". Per rendersene conto basta esaminare, con il sociologo torinese, l´inventario di tutto ciò che è andato distrutto in questi ultimi anni. Nell´immane falò della Grande Crisi sono bruciati gli "attivi" del mondo, cioè la ricchezza costituita da azioni, obbligazioni, derivati, case, edifici commerciali, impianti industriali, capitali e fondi. Un autodafé stimato da un minimo di 25-30 trilioni di dollari (la metà del Pil del pianeta) a un massimo di 100 trilioni (1,8 volte il Pil mondiale). Ma nel fuoco, con la ricchezza, sono "bruciate" persone in carne ed ossa: secondo l´Oil, oggi abbiamo 50 milioni di disoccupati in più, e 200 milioni di lavoratori precipitati nell´area della povertà estrema. Al di là delle colpe, sulle quali Gallino non affonda più di tanto il coltello, c´è un immensa opera di riconversione che andrebbe tentata qui ed ora. Per le classi dirigenti, si tratta di uscire dal pensiero unico neo-liberale, che ha teorizzato le virtù del "finanzcapitalismo" e ha prosperato sulle sue follie. E di riformulare l´architettura finanziaria: con gli strumenti del narrow banking (la riduzione drastica delle dimensioni dell´attività creditizia), la revisione dei criteri di bilancio, la potatura del mercato dei derivati, il divieto delle cartolarizzazioni. Ma mentre enumera i rimedi possibili, e indica i tentativi finora falliti soprattutto in Europa (più interessanti quelli americani legati al Dodd-Frank Act) Gallino sembra suggerire anche la velleitaria inutilità delle "auto-riforme". E qui sta, forse, la debolezza e la forza del libro. La debolezza, mi pare, è nel vedere solo il "dark side" della finanza-ombra, e nel non concedere altre chance al capitalismo: quasi che nella sua ultima reincarnazione finanziaria si debba considerare esaurito il suo ciclo vitale. Sappiamo invece che, schumpeterianamente, il capitalismo è forse l´unico sistema che ha dimostrato di poter morire e rinascere infinite volte. La forza, per ragioni uguali e contrarie, è nel fare appello alla coscienza degli uomini. Visto che Karl Marx ha fallito, nell´immaginare la nascita di una "classe antagonista" capace di imporre un modello di economia e di società umanamente e socialmente sostenibile, non resta che tornare a Karl Polanyi, che invoca «una reazione sociale e culturale, variegata e diffusa, al liberalismo economico e al mercato deregolato». Parlava del XIX e del XX secolo. Ma per Gallino l´idea polanyiana dei "contro-movimenti" tornerebbe utile anche oggi. Gli esseri umani, ormai trasformati in robot o in esuberi, dovrebbero ribellarsi. Se lo facessero, priverebbero la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" dei "servo-meccanismi" che la fanno funzionare. Dalla dimensione individuale a quella collettiva: la missione sarebbe quella di sconfiggere il "demone" della finanza con l´esorcismo della ragione. La più affascinante, ma purtroppo la più difficile delle "rivoluzioni".

Come uscire dalla crisi che ha cambiato il mondo Fonte: MASSIMO GIANNINI - la repubblica | 08 Marzo 2011


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