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Wednesday, April 6, 2011

Storia della Disobbedienza

Dai moti di piazza Tien an Men al crollo del Muro di Berlino e alle proteste contro il G8 e il WTO, l’età globale è contrassegnata dalla disobbedienza, tornata sulla ribalta della storia dopo lunghi anni di silenzio. Il volume offre una ricostruzione sistematica dei modi in cui la disobbedienza è stata elaborata, sostenuta e criticata nella storia del pensiero politico occidentale. In un percorso che va da Antigone agli hacker contemporanei ne è esaminata la comparsa nel lessico politico e ne sono ricostruite le diverse manifestazioni, nell’intento di mostrare come la sua ricchezza semantica sia ben più ampia della lettura “liberale” con cui essa è stata identificata, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
Non un’alternativa moderata della rivoluzione e della ribellione, ma un diverso modo di intendere la politica radicale, fondato sulla sottrazione e la defezione dall’ordine costituito.
Se da un lato i miti fondativi della cultura occidentale – da Adamo ed Eva ad Antigone – fanno della rottura della norma il «punto di partenza del Soggetto moderno, l’atto che consente all’individuo di uscire dallo stato di minorità»; dall’altro, « dal punto di vista politico la disobbedienza resta un tabù, attività proibita e scabrosa». Ma soprattutto – è un tema centrale di tutta la filosofia politica – se la legge si fonda sulla verità, la verità può non coincidere con l’opinione della maggioranza. In questa non coincidenza del vero con ciò che è creduto dai più, ma che spesso è politicamente e socialmente vincolante, sta il tormento del cittadino, diviso tra ascolto delle proprie intime convinzioni e la loro dissonanza con ciò che sembra giusto a tutti gli altri. Non è un caso che Simone Perotti racconti che il sentimento più diffuso di tutti i lettori che gli hanno scritto è il sollievo scaturito dalla scoperta di non essere pazzi, di non essere gli unici a vivere con dolore il contrasto tra ciò che si avverte come autentico e ciò che appare. Si tratta di un contrasto che ha sempre caratterizzato, scrive a sua volta Laudani, anche il pensiero cristiano, spesso combattuto, nonostante il principio del «dare a Cesare ciò che è di Cesare», tra l’obbedienza alla volontà di Dio e quella all’autorità statale. E che forse comincia ad essere oggi più avvertito, anche se la voce dei cattolici non allineati resta ancora flebile.

Due sono le strade praticate per sottrarsi alla condizione di dipendenza da una tirannia (che può essere politica ma anche economico-sociale) e per riaffermare la propria condizione di esseri razionali e liberi. La contestazione aperta al sistema, come hanno fatto nella storia, tra gli altri, il femminismo, il marxismo, il sessantotto fino ai contemporanei hacker; o la fuga da quel sistema, il ritiro in una zona remota e privata dove non sono in vigore norme che costringono all’inautenticità. Si tratta in entrambi i casi di scelte difficili, perché «la libertà non è a costo zero. E non è per tutti», sostiene Perotti. «Ogni giornata impone scelte, rimanda a noi la responsabilità di cosa fare, quando, a che costo, perché, come. Siamo individualmente e socialmente più esposti, non veniamo protetti da alcuno scudo condiviso»(anzi, aggiunge l’autore di Avanti tutta, «abbiamo perfino la responsabilità della felicità»). Eppure, anche se non rivoluzionarie, le scelte dell’aperto dissenso, o della dissociazione silenziosa, sono capaci di cambiare la società e persino la storia. La disobbedienza, scrive Laudani, non è «soltanto una modalità di praticare il conflitto sociale (“Il progetto dell’esodo e della liberazione”) ma anche e soprattutto un modo d’essere della democrazia radicale». A differenza della rivoluzione violenta, è il «motore di un lungo processo di trasformazione che non mira alla presa del potere politico, quanto piuttosto alla crescita della nuova società nel guscio della vecchia». «Per capire quanto possa essere efficace un’arma come questa», ha scritto Hannah Arendt, una delle filosofe che più ha analizzato il tema della disobbedienza civile, «dobbiamo solo immaginare per un istante che cosa sarebbe accaduto a questi regimi se abbastanza gente avesse agito “irresponsabilmente”. Negando cioè il proprio sostegno, anche senza scatenare una ribellione o una resistenza attiva».



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