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60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Wednesday, April 4, 2012

DEBITOCRAZIA La Grande Truffa del Debito Sovrano



«Il debito pubblico, ..., imprime il suo marchio all'era capitalista» Karl Marx. 


L'attuale crisi europea, fra i tanti effetti negativi sulla vita di milioni di persone, ha avuto però il merito di sviluppare una nuova letteratura eterodossa e alternativa, in grado di fornire utili strumenti per una analisi e una politica economica non liberista. Un buon esempio in tal senso è costituito al libro collettivo Debitocrazia. Come e perché non pagare il debito pubblico (Edizioni Alegre, pp. 172, euro 15, a cura di D.Millet e E. Toussant, con post-fazione di Salvatore Cannavò). I due autori appartengono al Comitato per l'annullamento del debito al Terzo Mondo (Cadtm), fondato nel 1990 e non sono economisti stretti: il primo è professore di matematica, il secondo è dottore di ricerca in Scienze Politiche. Il non essere economisti di professione, consente loro di affrontare il tema della crisi del debito in modo meno astruso e servile, con una lente più interdisciplinare e non per questo meno rigoroso.


Il testo è una raccolta di brevi saggi molto chiari e comprensibili anche per un pubblico non addetto, per lo più scritti da Eric Toussant, che ripercorrono le tappe della crisi del debito dagli anni Novanta ad oggi, mettendo in luce come questo sia passato dall'essere una prerogativa dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (secondo l'accezione dell'epoca) a una costante dei paesi occidentali (del Nord, secondo un'accezione un po' retrò), dopo il 2007. In questo paradigmatico passaggio di testimone, si sottolineano i cambiamenti giuridico-costituzionali che hanno caratterizzato l'evoluzione in senso democratico di molti paesi dell'America Latina. In particolare risulta interessante il caso dell'Equador: nella costituzione di questo Stato (art. 291-292), adottata a suffragio universale nel settembre 2008, vengono definite le condizioni alle quali le autorità del paese possono contrarre dei prestiti, si consente la non restituzione dei debiti illegittimi (per esempio, quelli costituiti dalla capitalizzazione di interessi in ritardo - anatocismo -, pratica corrente dei creditori membri del Club di Parigi).

Si cominciano così ad introdurre dispositivi giuridici nel diritto internazionale, che vale la pena analizzare, anche perché non sono altro che la riproposizioni di diritti già esistenti, almeno formalmente. Ad esempio, il principio pacta sunt serranda, consacrato nell'art. 26 della Convenzione di Vienna del 1969, non è assoluto e non vale se non per «i debiti contratti nell'interesse della collettività». Questo è il punto chiave. Secondo il diritto internazionale, la valutazione dell'interesse generale e la determinazione del carattere lecito o illecito del debito derivano dalla competenza delle autorità pubbliche. La messa in atto di un audit dei debiti da queste autorità per identificare questi debiti illegittimi non solo è legale ma dovrebbe far parte delle prerogative di un «buon governo democratico». Ne consegue che la richiesta di una ristrutturazione, ripudio o annullamento del debito non avviene al di fuori delle regole imposte dal diritto internazionale, almeno in tre casi, tutti ampliamente riconosciuti non solo dalla Convenzione di Vienna, ma anche da quella dell'Aja del 1930 e dalla Commissione del Diritto dell'Onu: causa di forza maggiore («un avvenimento imprevisto ed esterno da colui che lo invoca, ..., che lo mette nell'incapacità assoluta di rispettare gli obblighi internazionali», Onu, 1978); stato di necessità (che interviene quando il pagamento del debito comporta conseguenze sugli standard di vita dei cittadini considerate eccessive); cambiamento fondamentale delle circostanze (ad esempio la decisione della Federal Reserve di aumentare i tassi d'interesse nel 1979).

Tra i debiti illegittimi e i prestiti «odiosi», inoltre, è possibile ravvisare una lunga casistica: si passa dai debiti prodotti da una colonizzazione, a quelli creati dall'acquisto di armi (come per gli F35 comprati dall'Italia), al debito pubblico creato per ripagare i debiti privati (come nel caso dell'intervento statale per far fronte alle falle di bilancio delle istituzioni creditizie dopo la crisi dei subprime del 2007), ai prestiti concessi ad una dittatura, a quelli condizionati dall'aggiustamento strutturale o dettati dalla costruzioni di progetti non redditizi che arrecano danno alle popolazioni e/o all'ambiente.

Partendo da queste considerazioni, nel testo sono raccontati alcuni case-study di debito illegittimo, che, sulla base di un audit pubblico, potrebbero configurare l'opzione della ricontrattazione e il parziale annullamento del debito, verso la pratica di un default controllato. L'attenzione è particolarmente rivolta, oltre al caso dell'Argentina del 2000, alle più recenti situazioni che hanno caratterizzato per un verso Islanda e Irlanda, e per un altro la Grecia. Nel caso delle due isole nordiche, si tratta di due eclatanti esempi del fallimento delle politiche neoliberiste, mentre la Grecia rappresenta un caso da manuale di debito illegittimo e di come le politiche di austerity e rigore siano destinate al fiasco più totale: un monito alle recenti e simili decisioni prese anche da altri governi europei (come Italia, Spagna e Portogallo, e ora, Ungheria) sotto i diktat della speculazione finanziaria.


La crisi scoppiata nell’autunno 2008 ha sancito il successo di coloro che ne sono stati gli artefici. In Italia e Grecia sono andati al potere tecnocrati e banchieri, gli stessi che, fino al giorno prima, hanno lavorato per le istituzioni responsabili del crollo dell’economia. Ai vertici dei governi europei, delle istituzioni internazionali, dell’Unione europea (un "super Leviatano"), siedono i referenti delle banche e della finanza, coloro che finora hanno pilotato la crisi, e nelle mani dei quali una classe politica incapace e inadeguata ha affidato le speranze di ripresa. Essi continuano a perseguire le politiche di impoverimento di 720 milioni di europei, con l’unico scopo di trasformare il Vecchio Continente in un immenso lager di schiavi moderni: tagli, flessibilita', liberalizzazioni, privatizzazioni, queste le "ricette" per raggiungere un falso obiettivo, la riduzione del deficit ed il pareggio di bilancio (peraltro tecnicamente impossibile). Con la "privatizzazione" (svendita) delle ultime pubbliche completeranno il disegno, raggiungendo l’obiettivo di distruzione degli Stati e della privazione dei piu' elementari diritti di cittadinanza, in spregio al diritto di autodeterminazione dei popoli. Controllano i media, sono editori, politici, banchieri, economisti, e attraverso essi ci tranquillizzano. Secondo Marsili non possiamo illuderci che, coloro che hanno appiccato l’incendio, si trasformino improvvisamente in pompieri.

L'autore ripercorre la storia del denaro "virtuale" e delle crisi finanziarie degli ultimi 150 anni, per dimostrare come queste servano solo a concentrare ulteriormente la ricchezza nella mani dei responsabili del dissesto. Il conto, naturalmente, lo pagano sempre i cittadini, sin dai tempi dell'istituzione del Gran libro del debito pubblico del Regno d’Italia nel 1861, che ha unificato i debiti degli Stati preunitari. Marsili spiega i meccanismi che regolano la finanza internazionale, e come il debito pubblico venga generato nel momento in cui gli Stati emettono titoli per acquistare banconote delle banche centrali. La conclusione e' l'impossibilita' di eliminare il deficit dello Stato, l'inutilita' del fiscal compact (la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio) voluto da 25 Stati dell'Ue, con l'astensione di Repubblica Ceca e Gran Bretagna, che pure detiene il 16% della Bce, sebbene non abbia adottato l'euro.

Guardando i dati, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che in soli tre anni dall’autunno 2008, inizio della crisi, ad oggi, il debito pubblico di alcuni Stati (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) la cui situazione finanziaria era migliore di quella tedesca, sia sensibilmente peggiorato. La risposta e' semplice: la colpa e' delle misure anti-crisi. legate alle operazioni di sostegno al sistema bancario da parte degli Stati. L’unico risultato e' stato di aumentare il debito pubblico per finanziare il salvataggio degli istituti di credito. Con i soldi dati alle banche a interessi irrisori (1.200 miliardi in Europa a un tasso dell'1%, e altrettanti negli Usa), queste non fanno altro che rifinanziare le loro obbligazioni o acquistare a loro volta il debito degli Stati, che e' divenuto nel frattempo piu' oneroso da sostenere perche' e' aumentato, e il rating e' peggiorato. Le banche, quindi, chiedono interessi piu' alti agli Stati, e cosi' la voragine del debito pubblico aumenta in una spirale infinita. Queste sono le ricette della troika Ue-Bce-Fmi, buone solo per mandare in dissesto gli Stati e per ridurre in condizioni di deprivazione assoluta decine di milioni di europei. In tutto questo giro, chi ci guadagna, ancora una volta, sono proprio le banche. Per questo Marsili indica la strada maestra da seguire: il referendum popolare per dichiarare la moratoria sul debito estero dell'Italia. L'autore riassume le vicende del crack di Argentina (dicembre 2001) e Islanda (autunno 2008), e indica la strada del referendum per evitare sacrifici inutili e la svendita a prezzi da saldo del Paese.

Ma come siamo arrivati fino a qui? Quali sono i sottili meccanismi che hanno privato gli Stati della loro sovranita'? L’Unione europea, la Banca centrale europea, l’euro, il Trattato di Lisbona, Basilea II, il Fmi, le agenzie di rating, sono tutti strumenti nelle mani della finanza, che ha piazzato i suoi uomini al vertice delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Chi e' Mario Monti, e chi sono gli uomini dell'esecutivo che, come lui, fanno parte del potente Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale di David Rockefeller, vero "governo mondiale" della finanza globale? Il potere, scippato da tecnocrati e banchieri, con la complicita' di politici incapaci e corrotti, ora deve tornare nelle mani del popolo sovrano.


Aris Hatzistefanou, 34 anni, ha l’abitudine di pubblicare documenti scomodi e fastidiosi. Giornalista fin dall’adolescenza, la sua trasmissione “infowar” in onda da lungo tempo su Sky Radio è stata sospesa subito dopo la pubblicazione del suo documentario Debtocracy, il cui contenuto e messaggio va decisamente contro-corrente rispetto al pensiero dominante.
Nato ad Atene, Hatzistefanou ha iniziato la sua carriera a Radio Sky, considerata la stazione radio più popolare in Grecia. Il suo ultimo progetto è stato visto da un milione di persone e ha suscitato una campagna che ha riscosso molti consensi a livello nazionale per lanciare un audit, una revisione contabile del debito pubblico del paese.
OWNI ha incontrato il creatore del documentario sovversivo che ha sconvolto l’opinione pubblica.
Qual è la storia che sta dietro a Debtocracy?
L’idea è nata durante una trasmissione di Radio Sky, su come il presidente dell’Ecuador aveva affrontato il massiccio debito del paese. Aveva dato luogo ad una semplice verifica finanziaria del debito sovrano, ed era giunto alla conclusione che altri paesi avevano usato l’Ecuador come “schiavo”, come prima l’Argentina e molti altri paesi. L’amministrazione imponeva ai suoi creditori un taglio del 70%.
Nel frattempo, in Grecia, alcune persone erano alla ricerca di un sostegno per una simile iniziativa, e il mio programma su Radio Sky ha avuto un’eccezionale influenza. Molte persone sembravano chiedersi se avremmo potuto fare la stessa cosa nel nostro paese.
Katerina Kitidi – capo redattore di TV XS – e il sottoscritto abbiamo deciso di produrre il documentario. Abbiamo dovuto far fronte ad un serio problema di finanziamenti ma, per ovvie ragioni, non abbiamo chiesto nulla a partiti politici, ad imprese o, cosa peggiore, a banche; così abbiamo fatto ricorso alla ricerca di finanziamenti presso la gente. La nostra raccolta di fondi ha avuto un buon esito, abbiamo raccolto 8.000 euro in soli 10 giorni, una cifra senza precedenti per un paese come la Grecia, di fronte ad una grave crisi economica.
All’inizio questo progetto doveva concretizzarsi in un semplice video YouTube. Ma, poiché tanti professionisti hanno offerto il loro aiuto (musicisti, editori video), e tante persone hanno donato i loro soldi, il lavoro è diventato un documentario vero e proprio. Il denaro avanzato è stato investito nella promozione del film. Abbiamo cominciato con due persone, ma alla fine almeno 40 persone hanno lavorato al progetto.
Com’è stato accolto finora Debtocracy?
Abbiamo avuto più di mezzo milione di visualizzazioni in meno di una settimana, e stiamo ora raggiungendo le 700.000 presenze. Nonostante il suo successo, i media greci non hanno riportato una sola parola su di esso. Quando hanno visto che abbiamo avuto mezzo milione di visitatori, non hanno potuto più far finta che il documentario non esistesse – alcuni giornali hanno cominciato ad attaccare e screditare il documentario. Finora non un canale TV ha fatto menzione di Debtocracy, nemmeno in negativo. Il giorno in cui i principali canali televisivi parleranno di noi, questo costituirà il gradino ultimo verso la vittoria.
In poche parole, di cosa tratta Debtocracy?
Noi sosteniamo che la situazione attuale fa parte di un problema economico mondiale, oltre a costituire un problema dell’euro-zona. Poiché la zona euro è suddivisa in centro e periferia, siamo condannati a soffrire per le perdite di competitività nell’economia globale, e non possiamo svalutare la nostra moneta.
Quello che è successo non può essere tutto addossato ai “PIIGS” – come ci chiamano – anche se noi abbiamo la nostra parte di responsabilità. Il problema è che la Grecia ha creato uno stato sociale senza tassare di più le imprese. Quindi, il disavanzo è cresciuto. Inoltre, abbiamo seri problemi di corruzione, ma questi sono solo dettagli. Anche se tutti i politici fossero messi in prigione, la crisi rimarrebbe irrisolta.
In più, noi sosteniamo che la Germania non è un modello da seguire – loro hanno congelato gli stipendi per un intero decennio! Questo non è un modello sostenibile per tutta l’Europa.
Alcuni sostengono che il vostro documentario non è equilibrato. Come rispondete a queste affermazioni?
Non abbiamo mai pensato di essere equilibrati, al contrario, dal momento che le nostre controparti hanno avuto abbastanza tempo e spazio nei media per esprimere le loro opinioni. E nemmeno loro sono tanto equilibrati! I critici sostengono anche che l’Ecuador non è un esempio opportuno, perché è un paese in via di sviluppo e ha petrolio. Ma il petrolio rappresenta solo il 25% del loro PIL. D’altra parte, anche noi abbiamo il nostro petrolio: il turismo. Si potrebbe considerare un qualsiasi paese diverso dall’Ecuador, e ci verrebbe detto ancora che si tratta di due paesi diversi, anche se ci trovassimo di fronte a una situazione simile, con un debito in crescita e “soluzioni” identiche proposte dal Fondo Monetario Internazionale. Alla fine, stanno solo cercando di deviare la discussione per evitare di parlare del tema principale del film: la necessità di una commissione di revisione del debito.
Secondo la vostra opinione, cosa dovrebbe fare ora la Grecia?
È chiaro che la Grecia non può rimborsare il debito – sia secondo le norme giuridiche o meno, indipendentemente dal tasso d’interesse. 350 miliardi di dollari non crescono di sicuro sugli alberi (ed ironia della sorte, il mercato è stato il primo a raggiungere questa conclusione). Il governo continua a dire che troverà i soldi, ma il mercato non è stupido. Il piano di salvataggio progettato dall’Unione Europea e il FMI non comporta il salvataggio della Grecia – si tratta di salvare solo le banche tedesche e francesi, che subirebbero un collasso se la Grecia dichiarasse bancarotta.
Così, il nostro punto di vista è che non dobbiamo aspettarci nulla da loro. Sarà troppo tardi se noi ci attendessimo da loro l’adozione delle misure necessarie. Siamo noi che dobbiamo trovare le soluzioni per noi stessi e creare iniziative.
Consideriamo questo: prima di tutto dobbiamo effettuare la verifica del debito al fine di distinguere ciò che è legale o illegale. Ci sono indicazioni come un’enorme quantità del nostro debito pubblico sia dannosa o illegale. Ma solo una commissione di controllo dovrebbe determinare e dimostrare questo. È per questo che appoggiamo completamente questa proposta. Tuttavia, questa commissione dovrebbe essere condotta in modo democratico e trasparente, e non da parlamentari.
Siamo più radicali di altri nell’avanzare questa proposta, in quanto riteniamo che dovremmo smettere di pagare il debito, uscire dalla zona euro, e nazionalizzare il nostro sistema bancario. Non è una cosa facile ottenere il sostegno su questi provvedimenti, in quanto possono dare l’impressione di essere troppo radicali – ma anche alcuni politici ed economisti di punta stanno cominciando a considerarli. Nazionalizzare le banche potrebbe suonare come un’idea comunista, ma il problema è tanto serio e dobbiamo proteggere il paese. Se usciamo dalla zona euro, il sistema bancario molto probabilmente crollerà, e quindi dobbiamo proteggerlo da una fuga di capitali fuori dal paese.
Siete collegati ad altre iniziative di questo tipo in Europa?
Siamo stati contattati da un certo numero di gruppi e ci è stato chiesto di mettere i sottotitoli sul nostro film. Al momento, stiamo lavorando per diffonderlo in diverse lingue. In sé, non stiamo collaborando con qualcuno, ma abbiamo diffuso il documentario sotto una licenza Creative Commons (in modo che chiunque può utilizzare il nostro prodotto). [N.d.tr.: Le Creative Commons Public Licenses (CCPL) sono delle licenze di diritto d’autore che si basano sul principio di “alcuni diritti riservati”. Le CCPL, infatti, rendono semplice, per il titolare dei diritti d’autore, segnalare in maniera chiara che la riproduzione, diffusione e circolazione della propria opera è esplicitamente permessa.]
Come immaginate il futuro della Grecia?
L’anno scorso esisteva tanto fermento contro il piano di salvataggio del paese ma ora i cittadini greci sono troppo sfiduciati. Negli ultimi dieci anni, l’opposizione non ha messo a punto una proposta decente che potesse raccogliere il sostegno popolare. Alcune persone credono che le agitazioni si siano placate quando l’Unione Europea ha introdotto tassi di interesse nel pacchetto di salvataggio. Ma sento che il fermento sta ancora crescendo sotto i nostri piedi. E può ravvivarsi in qualsiasi momento.
Vale la pena notare che nessun partito politico ha il controllo dei movimenti di protesta, e nessuno è in grado di indirizzare in un alveo opportuno questi sentimenti. Quindi ho paura che probabilmente il malcontento esploderà improvvisamente e in modo violento, anche se non possiamo prevedere quando e perché.
Quali sono le prospettive per Debtocracy?
Visto che tante persone hanno donato denaro, e dato che abbiamo raccolto fondi sufficienti per il film, abbiamo deciso di creare un conto speciale per depositare le donazioni, che saranno restituite se non usciremo con un progetto dettagliato e trasparente nei prossimi sei mesi. Non ci aspettavamo un tale successo con mezzi così modesti. Non è stato facile, ma abbiamo dimostrato a noi stessi che cose importanti possono essere realizzate con pochi mezzi – soprattutto quando si ha il supporto di persone di talento.
Internet ci ha aiutato molto, ma ora possiamo scorgere i suoi limiti. Anche se il nostro documentario è stato visto da quasi un milione di persone, dobbiamo raggiungere anche un pubblico che non ha una connessione Internet, soprattutto al di fuori di Atene. Abbiamo intenzione di distribuire DVD e di organizzare proiezioni di Debtocracy nei luoghi di spettacolo e nei cinema. Con Internet da solo, il nostro approccio finirebbe con l’essere elitario.
In definitiva, noi sicuramente vogliamo andare oltre, e affrontare i tabù che i più importanti mezzi di comunicazione della Grecia non osano denunciare. Se le persone non prendono parte alla produzione e alla diffusione delle informazioni, non troveranno mai qualcuno all’interno delle grandi corporazioni dei media disposto a parlare in loro nome.

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