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Tuesday, December 2, 2014

WAR PORNO di Cristoph Bangert

Immagini di corpi mutilati, straziati, bruciati. Di bambini distesi in letti di ospedale, di sangue rappreso e di ferite aperte, di uomini a cui la guerra ha strappato non solo la vita, ma anche le sembianze umane: riducendoli a corpi in una discarica, a ammassi di carne. A pasti per cani e avvoltoi. A cose.


L’autore di uno dei libri fotografici più controversi del 2014 (ed. Kehrer, € 29,90), il fotografo tedesco Christoph Bangert, ha messo insieme in questo volume di 192 pagine dall’apparenza inoffensiva – il design elegante di Teun van der Heijden, una semplice copertina in cartone grigio e un titolo, War Porn, stampato nei caratteri minuti di una vecchia macchina da scrivere – tutti gli orrori che ha collezionato negli anni passati, da reporter di guerra, a coprire conflitti come l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano e Gaza, testimoniandone coi propri occhi, e in tempo reale, le conseguenze.

Le immagini più brutali (o più rivelatorie?) scattate dal fotografo nel corso della sua carriera sono state sistematicamente rifiutate dai giornali per cui Bangert lavora. E sono rimaste sepolte nei suoi cassetti e nella sua memoria a pesare come un segreto taciuto, come una zavorra difficile da elaborare, come un peso troppo grande da portare da soli. Per questo Bangert ne ha voluto condividere l’orrore in un libro, sfidando consapevolmente qualsiasi argomentazione teorica sulla legittimità della fotografia del dolore e auto-attribuendo alle proprie immagini, con il titolo War Porn, quell’etichetta di pornografia che si aspetta verrà loro affibbiata. “Nelle discussioni sulla fotografia che documenta le guerre, la questione che le immagini siano disumanizzanti o pornografiche viene inevitabilmente fuori”, afferma il fotografo. Ma, continua, “chi dice che è moralmente sbagliato guardarle, evita di confrontarsi con gli eventi che descrivono”.

Il libro solleva, o meglio scaraventa contro il lettore, una lunga serie di domande antiche (ma sempre urgenti), in parte suggerite dallo stesso autore: “Sto strumentalizzando i miei soggetti? È moralmente giustificabile lavorare come fotografo in zone di guerra? Perché siamo tutti così attratti da immagini della miseria altrui?”. Ma, soprattutto: queste immagini ci rendono più consapevoli degli orrori che siamo in grado di generare? E questa consapevolezza ci sarà in qualche modo utile ad evitarli?

Le immagini di War Porn cercano di stanare la coscienza del lettore con le evidenze di un rimosso collettivo, inchiodandolo a delle responsabilità alle quali nessuno può dirsi veramente estraneo. Eppure, nell’attimo stesso in cui apriamo il libro, il nostro impulso a richiuderlo – cercando di ritappare il vaso di Pandora – risponde al bisogno di cancellare immediatamente dalla nostra memoria e dalla nostre retine quello che abbiamo visto. Rimuovendolo, appunto.

L’analisi del 1972 di John Berger sulla “fotografia d’agonia” che, scemato lo shock del lettore/spettatore, “perde completamente la sua valenza politica e diventa un’accusa contro tutti e nessuno”, suona ancora piuttosto convincente. Così come lo è la celebre argomentazione di Susan Sontag che lo spettacolo del dolore degli altri produce assuefazione e che “l’enorme catalogo fotografico della miseria ha dato a tutti una certa consuetudine con l’atrocità, facendo apparire più normale l’orribile, rendendolo familiare, lontano e inevitabile”.

Ma se è vero, come la stessa Sontag ha successivamente affermato, che nessuna “ecologia delle immagini” è praticabile nella società dello spettacolo, è tanto più vero che questa “ecologia” non è realizzabile nella società dello spettacolo virale, dove ogni immagine è condivisa e diramata incontrollabilmente negli infiniti rivoli della rete. In effetti, le fotografie di Bangert sono state rifiutate dai giornali (o, in una più sottile forma di autocensura, non sono mai state mostrate dal loro stesso autore), ma non per questo corrispondono necessariamente a un “non visto”: di immagini sulle più orrende, inguardabili, insopportabili conseguenze della guerra, ne è pieno il web. Pronte a investirci con quello stesso flusso disarticolato e tumultuoso che esce dalle pagine del libro.

Aprendo e chiudendo a più riprese War Porn per capire che grado di violenza i miei occhi siano in grado di digerire, mi chiedo dal pulpito di quale moralità possa giudicarsi “moralmente sbagliato” produrre o guardare queste immagini. Ma mi chiedo anche in che modo guardarle fuori da ogni contesto critico o informativo – una lunga scia di sangue, un macabro corteo di cadaveri di gente senza nome che scorre lungo le pagine – serva ad aumentare la mia/nostra consapevolezza su cosa la guerra sia. O a variare la sostanza di quanto già sappiamo: la guerra è orrore e morte, ed è qualcosa che non vogliamo vedere.

War Porn si conclude con le immagini del nonno del fotografo, ufficiale nazista e convinto sostenitore della causa di Hitler fino alla propria morte. Una testimonianza (forse la più potente del libro) di fino a che punto di aberrazione possa spinger l’uomo rifiutandosi di aprire gli occhi. E un indizio del fatto che War Porn, forse, vale più come provocazione che come riflessione. Più che nell’essere guardato, sembra raggiunga la sua missione nel dimostrarci che non siamo in grado di guardarlo, ricordandoci le parole scritte dal fotografo Kenneth Jarecke (le cui immagini scioccanti della prima Guerra del Golfo furono rifiutate da quasi tutti i giornali americani) sulla rivista American Photo nel 1991: “Se siamo forti abbastanza per combattere la guerra, allora dobbiamo essere forti abbastanza per guardarla”.


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