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60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Wednesday, January 28, 2015

IL FANTASMA DI OSAMA BIN LADEN

Manifesto USA di guerra psicologica utilizzato contro Bin Laden in Afghanistan.[1] Da sinistra a destra, sui turbanti, c'è scritto "Mutawakkil", "bin Lāden" e "Hāqqanī", in riferimento a Wakil Ahmed Mutawakkil, al fondatore di al-Qaida, e probabilmente a Jalaluddin Haqqani (1950-), il massimo responsabile della Rete Haqqani, il network fondamentalista che opera in Pakistan e Afghanistan.
Il fantasma di Osama bin Laden, lo sceicco del terrore, incombe sulla strage di Charlie Hebdo in  Francia.
La previsione arrivò il 21 gennaio del 2011, nell’ultimo messaggio del leader e fondatore di Al Qaeda, poi ucciso nel blitz di Abbottabad il primo maggio 2011. In quell’ultima clip Osama metteva nel mirino “il Grande Satana americano”. Ma anche la Francia. Nella registrazione il terrorista saudita si rivolgeva all’allora presidente Nicolas Sarkozy e al popolo francese.
«Pagherete cara la vostra presenza in Afghanistan». Cinque cittadini francesi erano stati uccisi in Niger nel 2010: altri ai cinque francesi catturati in Niger a settembre 2010. All’inizio del 2011 altri due francesi furono rapiti e uccisi, sempre in Niger. E Bin Laden commentò: «Il loro rapimento è una risposta alla tirannia della Francia nei confronti dei musulmani».
Un messaggio diretto allo Stato laico di Parigi: «Se ritenete che sia vostro diritto vietare alle nostre donne di usare il velo, non pensate che sia nostro diritto cacciare i vostri invasori dai nostri Paesi», diceva Bin Laden.
Frasi che risuonano oggi dopo qualche anno molto sinistre. Nella rivendicazione del duplice attacco terroristico nella capitale francese, al Qaeda della penisola araba (Aqap) evoca lo stesso senso che fu evocato da Bin Laden in quell’ultimo video: «La Francia smetta di attaccare l’Islam, i suoi simboli e i musulmani, o ci saranno nuove operazioni terroristiche», ha avvertito uno dei responsabili dell’organizzazione, Harith bin Ghazi al-Nadhari.

La maledizione oscura di Bin Laden: «Francesi, la pagherete cara» 10 gennaio 2015

Perché il senso del duplice attacco terroristico di Parigi, rivendicato da al Qaeda della penisola araba (Aqap), è lo stesso evocato, nel suo lascito “testamentario”, dall’uomo che ideò l’”11 Settembre” americano. Ciò si evince anche dal contenuto delle rivendicazioni di Aqap: la Francia "smetta di attaccare l’Islam, i suoi simboli e i musulmani o ci saranno nuove operazioni" terroristiche, ha avvertito uno dei responsabili dell’Aqap Harith bin Ghazi al-Nadhari, in un video postato su Youtube. Il video, poi rimosso, di 5 minuti e 37 secondi, è stato pubblicato poco dopo la morte dei tre terroristi in Francia ed è intitolato "The Faces succeeded”.
"Alcuni dei figli di Francia - afferma il responsabile dell'Aqap - sono stati irrispettosi con i profeti di Allah, e quindi un gruppo tra i soldati di Allah ha marciato contro di loro, a cui hanno insegnato il rispetto e i limiti della libertà di espressione. I soldati che amano Allah e i suoi messaggeri sono arrivati a voi, e loro non hanno paura della morte ma adorano il martirio per la causa di Allah". 
Harith al-Nadhari è lo stesso che, lo scorso novembre, ha duramente attaccato l'Isis. Il responsabile ha accusato al Baghdadi di "tracciare un solco" tra i gruppi jihadisti con il suo progetto di costituire uno Stato islamico. L'Isis, ha aggiunto, ha "costretto tutta la nazione (islamica) a giurare fedeltà", senza "consultare" gli altri leader jihadisti.
Prima della diffusione del filmato, un esponente di Al Qaeda in Yemen aveva già rivendicato l'attacco, messo in atto con l'obiettivo di "vendicare l'onore" di Maometto. In un messaggio anonimo recapitato all'”Associated Press” al Cairo, si legge che "la leadership di Aqap ha diretto le operazioni scegliendo con cura l'obiettivo". 
D’altro canto, Al Qaeda nella penisola arabica ha da tempo messo al centro dei suoi minacciosi proclami la Francia, colpevole, agli occhi degli epigoni di Osama bin Laden di portare avanti una politica interventista, con l’obiettivo di voler “ricolonizzare” terre islamiche imponendo i propri valori. 
Al Qaeda ha riconquistato il centro della scena mondiale. Offuscando il suo competitore nella guerra per la leadership dell’Islam radicale armato: il “Califfo” dello Stato Islamico (IS): Abu Bakr al-Baghdadi. Il campo di battaglia di questo scontro è il mondo. In particolare, l’Occidente. E in esso, l’Europa multietnica, dove è sempre più crescente la presenza dei musulmani, di seconda e terza generazione.
Al Qaeda e l’Isis pescano nello stesso “mare”, e per tirare la rete dalla loro parte, devono alzare il livello dello scontro, spettacolarizzarlo: da qui le video decapitazioni, da qui l’attacco alla città dei Lumi e a un settimanale diventato il simbolo di una libertà di espressione che i “guerrieri di Allah” concepiscono come una minaccia mortale, non alla memoria del Profeta, ma alla loro idea di società, fondata sulla ferrea dittatura della sharia
Da qui la contesa della paternità dell’attentato che corre su Twitter, Facebook e i mille site legati alla galassia jihadista. Dopo l’attentato a “Charlie Hebdo” su Twitter i simpatizzanti della jihad globale- i seguaci di al Qaeda e quelli dello Stato Islamico- si sono praticamente contesi una versione aggiornata della lista nera (pubblicata dalla rivista “Inspire”, vicina ad al Qaeda) , nella quale sul direttore di “Charlie Hebdo”, Stéphane Charbonnier compare una croce rossa e di fianco un messaggio di vittoria: “Saluti e ringraziamenti dalla comunità islamica a coloro che hanno vendicato il profeta Maometto”. E sempre in quel numero di “Inspire”, Aqap esorta i "lupi solitari" del terrorismo islamico a colpire l'economia americana e i suoi tycoon e prendere di mira diverse compagnie aeree, tra cui Delta, Air France, Easyjet e altre, e fornisce un manuale aggiornato su come costruire una bomba. 
Il primo leader dell'Aqap è stato Nasir Wuhaishi, uno stretto collaboratore di Osama bin Laden. Ma ben presto un cittadino americano di origini yemenite, Anwar al-Awlaki , è emerso come figura chiave dell’organizzazione. Ed è stato proprio al-Awlaki - prima di essere ucciso in un raid eseguito da un drone Usa in Yemen nel 2011 ad utilizzare a lungo Inspire, per lanciare i suoi proclami ideologici e indicazioni operative ai seguaci di tutto il mondo e per reclutare nuovi jihadisti. All’epoca, la sicurezza yemenita affermò che anche Wuhaishi era stato ucciso in un raid nel sud dello Yemen, ma nel 2014 il leader terrorista è apparso in un video diffuso a marzo. 
Una guerra nella guerra è in atto per l’egemonia nel jihadismo globalizzato.

Il 6 agosto 2011 in Afghanistan era precipitato un elicottero CH-47 Chinook della Nato ed erano morti 31 soldati statunitensi. Fra di loro vi erano 22 membri del Team Six, l’unità d’élite dei Navy Seals che il 2 maggio dello stesso anno era andata in missione ad Abbottabad, in Pakistan, per eliminare Osama Bin Laden, individuato in una casa di questa città con parte della sua famiglia.

Nel raid il capo supremo di al Qaeda era rimasto ucciso. Il governo statunitense aveva rifiutato di mostrare al mondo il cadavere del nemico a cui – con molta enfasi mediatica – dava la caccia da ben 10 anni.

Dopo qualche giorno aveva diffuso la notizia secondo cui Bin Laden era stato sepolto in mare, dopo una breve cerimonia funebre.

Tornando ai 22 marines uccisi in Afghanistan, si era detto che il loro elicottero era stato colpito da un lanciagranate dei talebani. I marines del Team Six mandati in missione ad Abbottabad erano 25, scrive il portale European Phoenix: “Venticinque, ma ne son rimasti solo due vivi e vegeti. Dopo aver accoppato Osama Bin Laden, stanno morendo per qualche “mistero” uno dopo l’altro, in una sequenza di “incidenti” che ha dello sbalorditivo.

La prima volta è toccata a ventidue elementi della squadra protagonista del blitz di Abbottabad, precipitati col loro elicottero in missione in Afganistan … l’America che si fa tirare giù un paio di decine di soldati super scelti dai trogloditi talebani armati di schioppo …

E ora tocca a un altro testimone (il 31 marzo 2013, ndr) : Brett D. Shadle, 31 anni, con il suo paracadute si è schiantato al suolo nel deserto dell’Arizona, dopo una collisione con un commilitone. Stavano esercitandosi nei lanci a bassa quota.

Il marines che sparò a Bin Laden tre colpi in testa, invece verserebbe in gravi difficoltà economiche. Ha lasciato la Marina in anticipo e dunque non ha diritto né alla pensione né all’assicurazione sanitaria.

[…] Meglio non far sapere come è andata veramente. Meglio che a questi supereroi super plagiati (l’onore, la fedeltà, …) non venga qualche dubbio. A chi sono stati sparati i famosi “tre colpi alla testa”? A una controfigura?

Il “complesso di Abbottabad” era lo scenario hollywoodiano preparato per l’ennesima sceneggiata?

C’è chi parla della Maledizione di Bin Laden, ma queste “maledizioni” giungono sempre provvidenziali a tappare la bocca a individui diventati scomodi, anche loro malgrado, perché le loro esistenze si sono incrociate con qualcosa che non dovevano sapere, o perché in fondo erano stati formati per fare una brutta fine dopo che non servivano più.”

Chi ha fatto uccidere i marines che hanno ucciso Osama Bin Laden? 8 aprile 2013

Maledizione Bin Laden su Navy Seal, decimato 'Team 6' 01 aprile 2013


Nicolas Cage a caccia di bin Laden in Army of One 22 gennaio 2015

Nicolas Cage hunts Bin Laden in "ARMY OF ONE" James Porter J


Il sito islamico estremista Shoumoukh al Islam mette online la sua opinione riguardo al presunto video di Osama Bin Laden che guarda la TV nella sua casa di Abbottabad, in Pakistan: “Le immagini di Bin Laden vecchio e malato sono manipolate.” Il video era stato trovato dai militari statunitensi nella casa dove il terrorista sarebbe stato ucciso.

Il sito jihadista è la principale piattaforma di diffusione dei video realizzati da al Qaeda e da altre organizzazioni terroristiche. Secondo i suoi operatori, il filmato di Osama Bin Laden ingrigito e avvolto in una coperta, ripreso di spalle, con scorci del viso in penombra mentre guarda la televisione è quanto di più grottesco gli USA avrebbero potuto ideare. Parola di estremisti islamici, che video di Bin Laden ne hanno mandati in rete a sufficienza per saper distinguere quelli veri da quelli falsi.

Shoumoukh al Islam ha messo online un filmato per mostrare le evidenti differenze del volto del vero Bin Laden da quello falso di Abbottabad. In una didascalia appare la scritta “Attenzione, state attenti all’America mentitrice. È un paese pericoloso, con un governo di pericolosi bugiardi.”

Shoumoukh al Islam: Barack Obama ha mentito su Bin Laden. State attenti all’America 10 maggio 2011

A GALLERY OF FAKE DEAD BIN LADENS By Michael Rivero

Another Fake Bin Laden Story By Dr. Paul Craig Roberts Global Research, November 07, 2014

Il 2 maggio il presidente americano Barack Obama annuncia trionfante che Osama Bin Laden, ex alleato degli Stati Uniti, famigerato capo di al Qaeda, mente dei più sanguinosi attentati degli ultimi 20 anni, l’uomo più ricercato sul pianeta, è stato ucciso nella notte di domenica da un commando delle forze speciali della Marina statunitense.

Dall’alba di lunedì la notizia viene riportata a livello mondiale e data per certa. Nel pomeriggio però cominciano ad emergere i primi dubbi circa la sua autenticità. Dubbi che sono andati rafforzandosi e che fanno pensare che una volta ancora gli Stati Uniti abbiano messo in piedi una colossale bugia.

Stando a quanto si leggeva sulla stampa statunitense, il Pentagono sospettava che Bin Laden si trovasse in Pakistan, nella cittadina di Abbottabad, dal 2006. In questi anni governo, CIA e forze speciali avrebbero discretamente sorvegliato la zona per accertare l’identità degli occupanti della villetta, attendendo il momento migliore per intervenire.

Washington non avrebbe informato il governo pachistano in quanto temeva che Islamabad facesse il doppio gioco e avvertisse Bin Laden del pericolo. Per lo stesso motivo non avrebbe fatto sapere nulla dell’operazione di domenica notte. In una successiva dichiarazione la Casa Bianca conferma che Bin Laden era tenuto sotto stretta sorveglianza da 8 mesi, mentre si preparava con cura l’operazione per catturarlo.

Lunedì, il primo resoconto del Pentagono riporta che al momento dell’attacco Bin Laden era armato, protetto da guardie del corpo e che si era difeso ingaggiando un conflitto a fuoco. Martedì arriva invece una nuova versione da parte del portavoce della Casa Bianca, Jay Carney: “Bin Laden non era armato.”

Il consigliere per l’antiterrorismo John Brennan ha prima parlato di un Bin Laden impaurito che si era fatto scudo con la giovane moglie yemenita e che questa era stata uccisa. Dopo 24 ore Brennan aveva già smentito tutto: la moglie di Bin Laden aveva volontariamente cercato di proteggere il marito e nello scontro a fuoco era rimasta solamente ferita ad una gamba.

Leon Panetta, direttore della CIA, ha spiegato che il commando era autorizzato a uccidere. Se però Bin Laden si fosse arreso sarebbe stato arrestato e condotto in un posto sicuro per essere interrogato. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Eric Holder assicuravano invece che il piano era di ucciderlo, farlo prigioniero era fuori discussione.

Secondo Panetta, pur disarmato Bin Laden ha opposto resistenza e per questo è stato ucciso. Pare invece, secondo la testimonianza di una delle figlie del terrorista, che si fosse arresto e poi giustiziato a sangue freddo. Arriva poi una notizia da fonti delle forze di sicurezza pachistante secondo cui Bin Laden è stato ucciso da una delle sue guardie del corpo.

Poi la notizia che Barack Obama ha deciso di non diffondere le foto del cadavere. Due i motivi: evitare di far arrabbiare ancor di più gli esagitati islamici e perché l’America non ha bisogno di esibire alcun trofeo di guerra. Sui media appaiono però le foto dei cadaveri di tre uomini che sarebbero stati nel covo di Abbottabad insieme a Bin Laden.

Il presidente statunitense ha anche ribadito che il test del DNA conferma l’identità del cadavere e che comunque sarà reso pubblico un resoconto scritto “del funerale secondo i canoni della religione islamica” di Bin Laden, prima che il suo corpo venisse immerso nel mare.

È un’accozzaglia di dichiarazioni, smentite, verità, bugie, il solito pasticcio all’americana, uno dei tanti già accaduti e sicuramente non l’ultimo.

Il cadavere sepolto in mare non era quello di Bin Laden 5 maggio 2011

Osama Bin Laden è stato ucciso da un commando di Navy SEALs: questa la versione ufficiale, quando ormai era passato un decennio dall’undici settembre 2001, l’anno delle Torri Gemelle e in cui si intensificò - eufemismo - la caccia allo “sceicco del terrore”, già da prima nella lista dei most wanted.

Perché uccidere Bin Laden, non era meglio catturarlo e interrogarlo? Poi, perché disfarsi del cadavere in mare?  Ad appesantire con una cappa di falso: la foto tarocca diffusa dalla tv pakistana nelle ore immediatamente successive al blitz, rilanciata da qualunque media mainstream del pianeta e finita in home page ovunque.

BIN LADEN L'ULTIMA BUFALA MAY 2, 2011

Perché ci hanno impiegato tanto a prendere Osama Bin Laden?

Scrive Tommaso Cinquemani su Affari Italiani:
Perché non hanno agito prima? La Casa Bianca era spaventata. Che cosa sarebbe successo se avessero fallito nell’operazione? Che cosa sarebbe accaduto se quello individuato non fosse stato Osama ma un sosia, un trucco dei terroristi? Obama non si poteva permettere di fallire. Una pallottola in testa ha risolto l’impiccio di un prigioniero eccellente.
Perché gli hanno sparato? Non conveniva catturarlo e interrogarlo? Sicuramente. Nelle prime ore sembrava che i Navy SEALs avessero fatto irruzione in stile Chuck Norris sparando a qualunque cosa si muovesse nel compound di Abbottabad: naturalmente non è andata così. Questo pezzo di Repubblica dovrebbe essere uscito nelle prime ore:
Osama è morto. È morto perché l’hanno ucciso gli americani. Un colpo alla testa. Un’operazione delle forze speciali. In Pakistan. Un territorio in cui gli Usa non avrebbero - in teoria - potuto agire. Obama lo chiarisce. Dice: ho sempre detto che avremmo colpito ovunque se avessimo avuto le informazioni necessarie per individuare Bin Laden. E poi aggiunge che ha parlato con il presidente pachistano Asif Ali Zardari che ha manifestato il suo “assenso”. Dopo però. Questa è un’operazione tutta made in Usa. Gli Stati Uniti sono andati a riprendersi il mostro. E hanno colpito quando hanno deciso. “È un messaggio senza possibilità di errori di interpretazione: l’America colpisce” dice Obama
Nelle ore successive sono emersi nuovi dettagli: uccidere Osama Bin Laden sarebbe stata una delle sue guardie, che aveva ricevuto precise disposizioni di sparare allo “sceicco del terrore” nel caso si presentasse il rischio della sua cattura da parte di forze occidentali. Scrive Adnkronos
Secondo la versione fornita da una fonte della Jama’a Jihad pakistana, ripresa dal giornale locale ‘Dawn’, Bin Laden sarebbe stato ucciso da una delle sue guardie del corpo e non dai marines americani. Il terrorista era infatti sempre scortato da due guardie del corpo che avevano l’ordine di sparare contro di lui ed ucciderlo nel caso in cui fossero stati circondati da soldati nemici”. Questo perché “il leader di al-Qaeda non voleva in alcun modo finire prigioniero nelle mani degli americani ed essere sottoposto a torture”
Perché hanno buttato il cadavere in mare?

La storiella della “sepoltura” in mare va presa con cautela, perché come spesso accade con la religione si può affermare tutto e il contrario di tutto. Leggo su Il Giornale:
Nel mondo islamico, però, la sepoltura in mare del terrorista più ricercato ha già sollevato polemiche. Alcuni religiosi sostengono che si tratti di una pratica contraria alla legge musulmana. «Gli americani hanno voluto umiliare i musulmani con questa sepoltura», ha detto l’imam libanese radicale Omar Bakri Muhammed. Per altri, è possibile consegnare il corpo di un musulmano al mare in rari casi di emergenza. Secondo Mohammed Qudah, professore di legge islamica all’univiersità della Giordania, la procedura non è proibita se è difficile trovare un Paese disposto ad accogliere la salma. Per alcuni è infatti questa la ragione della decisione americana. Per altri, invece, l’Amministrazione Obama ha voluto evitare che il luogo di sepoltura del capo di Al Qaida potesse diventare meta di pellegrinaggio per jihadisti di tutto il mondo
Sul Sole24Ore invece si legge l’opposto, ovvero che per l’Islam la sepoltura in mare non è contemplata. Ok: e fin qui siamo ai dettami religiosi, che non credo fossero esattamente in cima alla lista delle priorità durante la missione. La priorità era un’altra: evitare di offrire un luogo di culto per jihadisti. È un classico, in casi del genere: lo spiega l’Unità
vediamo come è stata gestita la notizia della morte Già alle 6 ora italiana di lunedì mattina le agenzie cominciano a battere la notizia secondo cui “gli Usa faranno in modo da garantire che il corpo di Osama Bin Laden, di cui sono in possesso, riceva trattamento conforme alla tradizione dell’islam” (la salma va lavata, avvolta in un sudario e sepolta entro 24 ore). Ciò nonostante, gli Usa decidono di gettare il corpo in mare. «L’America temeva che la tomba di Osama Bin Laden diventasse un santuario», fanno sapere fonti Usa.
Ma questa “sepoltura”, che il Pentagono conferma essere avvenuta a bordo della portaerei Carl Winson alle 7.10 ora italiana, cancella tutte le tracce e alimenta le teorie cospirative secondo cui Osama non sia mai stato ucciso. E, soprattutto, è «completamente contraria alle regole dell’Islam», come hanno dichiarato fonti della Grande Moschea di Parigi, «assai sorprese» dall’annuncio della sepoltura in mare, confermata poi ufficialmente dall’amministrazione Usa.
Perché non c’è un video del funerale? E perché non diffondono il video o le foto del blitz? Forse perché non c'è stato nessun blitz.

Ragioni di sicurezza consigliano di rimandarne la diffusione. 

Come faccio a sapere che hanno davvero ammazzato Bin Laden?

L’analisi del DNA ha confermato che l’uomo ucciso nel blitz è Osama Bin Laden: su Wired si esprime qualche timida perplessità, più che altro per i tempi delle analisi
C’è chi sostiene che l’annuncio dell’identificazione del cadavere tramite test dna sia arrivato troppo presto, che di solito per analisi di questo tipo ci vogliono giorni e che la fretta con cui il cadavere dell’ex-leader di Al Qaeda è stato seppellito in mare sarebbe la cartina tornasole di una truffa apparecchiata a uso e consumo del mondo occidentalizzato. In realtà, negli ultimi mesi sono state sviluppate nuove tecnologie di analisi che promettono risultati soddisfacenti nel giro di poche ore (2 o 4). Rimane da capire se questo tipo di tecnologia sia già effettivamente impiegata dalle autorità governative e se sia stata utilizzata in questo caso specifico. Dalla Casa Bianca non sono ancora arrivate precisazioni al riguardo
Su Lettera43 conferme, che trovate un po’ ovunque
ulteriore conferma della morte del leader di al Qaeda arriverebbe, secondo il sito Abcnews, dalle analisi del dna compiute dalle autorità Usa sui campioni prelevati dalla sorella morta di cancro al cervello. Va anche detto, ha fatto notare sempre Harper, che le voci che diffondono l’ennesima falsa notizia della morte del leader di al Qaeda provengono dagli stessi ambienti che veicolavano le tesi revisioniste sull’attentato dell’11 settembre
È tutta una farsa, Bin Laden era già morto anni fa, l’aveva detto Benazir Bhutto

Osama Bin Laden non è morto: tutti i dubbi dei complottisti 3 maggio 2011

Bin Laden is Dead Alessio Mannucci Dec 14, 2009

Osama Bin Laden Has Been Dead For Years  May 01 2011

Gran parte dei media americani hanno riportato alcuni estratti di un libro pubblicati sul New York Times Magazine. Il testo è firmato dalla giornalista Carlotta Gall, la più alta in grado tra tutti i corrispondenti mondiali che dalla tragedia delle Torri Gemelle hanno coperto l’evolversi degli sviluppi politici e sociali nei due Paesi più a rischio del pianeta: Afghanistan e Pakistan.
Il lavoro accusa i servizi segreti pachistani (Isi) di essere stati a conoscenza del covo in cui Osama bin Laden trascorse gli ultimi sei anni della sua vita prima di morire, in quel fatidico 2 maggio del 2011. In particolare, sono due le ipotesi sorprendenti che avallano la tesi della Gall. La prima riguarda la testimonianza di un funzionario pakistano che – parlando a condizione di anonimato – ha rivelato la confessione ricevuta da un suo collega statunitense secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avuto la prova diretta di un coinvolgimento del tenente generale Ahmed Shuja Pasha, ai vertici dell’Isi, sulla protezione ricevuta dall’ex Sceicco del Terrore ad Abbottabad. In sostanza: i servizi segreti del Pakistan sapevano.
La seconda è di natura tecnica, ovvero – stando a quanto scritto dalla Gall – l’intelligence di Islamabad aveva creato un’unità speciale dedicata esclusivamente all’ex leader di Al Qaeda che operava in maniera indipendente. Una formazione guidata da un ufficiale autonomo e svincolato gerarchicamente dai propri superiori con l’esclusivo compito di seguire un uomo, l’uomo più pericoloso del mondo e su cui per la sua cattura – vivo o morto – pendeva una taglia di 25 milioni di dollari spiccata dal Dipartimento di Stato Usa.
Tra il Pakistan e i talebani afghani – perché Bin Laden, come in molti ricordano, iniziò a riempire il suo curriculum di mujaheddin combattendo nei primi anni ’80 contro i sovietici in Afghanistan – ci sono sempre stati dei rapporti di cortesia e interdipendenza. La Shura di Quetta ne è l’esempio più lampante.
Sono diverse le fonti che parlano di documenti caldi rinvenuti nel giorno del blitz dei Navy Seals e mai resi pubblici. Bene, in tal caso Obama avrebbe la possibilità di passare alla storia. Rivelando i dossier fugherebbe i dubbi sull’operato degli Stati Uniti e restituirebbe al suo Paese il prestigio internazionale perso negli ultimi anni. Ma perché ancora non lo ha fatto?

Il 7 gennaio, mentre a Parigi i giornalisti di Charlie Hebdo venivano massacrati dai terroristi islamici, a Washington si teneva un’importante conferenza stampa sulla necessità di rendere pubbliche le 28 pagine della Relazione d’Inchiesta del Congresso americano del 2002 che rivelerebbero i finanziamenti dell’Arabia Saudita ai terroristi dell’11 Settembre. Queste pagine furono secretate dal presidente George Bush. Purtroppo lo sono ancora. 
La conferenza stampa è stata tenuta dall’ex senatore democratico Bob Graham insieme a due deputati, il repubblicano Walter Jones e il democratico Stephen Lynch, e alla co-presidente dell’Associazione delle Famiglie e dei Sopravvissuti dell’11 settembre, la signora Terry Strada
Si tratta di un evento politico di grandissima rilevanza, che può contribuire a rendere più efficace la lotta al terrorismo e al fondamentalismo. Purtroppo la grande stampa europea ed internazionale lo ha ignorato. È davvero singolare se si considera che si dice a gran voce di voler colpire alla radice i sostenitori ed i finanziatori del terrorismo.
Bob Graham, che è stato anche governatore della Florida e membro del Senato Federale per tre mandati, nel 2001-2 era presidente della Commissione d’Intelligence del Senato. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle fu copresidente della Commissione d’Indagine conoscitiva attivata dalle Commissioni di Intelligence del Senato e della Camera. Nel dicembre del 2002 venne redatto un rapporto di oltre 800 pagine. Quando però, sei mesi dopo, tale documento fu declassificato, si scoprì che 28 pagine mancavano. Proprio quelle che spiegavano il ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei terroristi e dell’attentato dell’11/9.  
Va sottolineato che allora una maggioranza bipartisan di senatori e deputati, tra cui anche Joe Biden, attuale vice presidente, John Kerry, oggi Segretario di Stato e Hillary Clinton, si appellarono a Bush affinché le rendesse pubbliche, in quanto non pregiudizievoli per la sicurezza nazionale. Non vi riuscirono. Perciò in questi anni il senatore Graham non ha mai smesso di chiederne la pubblicazione. Egli ne conosce bene il contenuto avendolo redatto e sottoscritto. Più volte ha portato alla luce dettagli importanti del coinvolgimento saudita nell’11/9. Ma, fintanto che il Presidente americano non le rende pubbliche per decreto, egli è tenuto al segreto sul contenuto delle 28 pagine.
Stando così le cose, il contributo migliore alla verità consiste nel citare parti dell’intervento svolto a Washington dal senatore Graham. “I Sauditi, ha detto,  sanno quello che hanno fatto. Non sono persone che non conoscono le conseguenze delle azioni del loro governo. I Sauditi sanno che noi sappiamo quello che hanno fatto. Persone del governo americano hanno letto le 28 pagine e hanno letto anche tutti gli altri documenti che sono stati fino ad oggi secretati. E i Sauditi lo sanno.”
“Quale potrebbe essere la reazione dei Sauditi che osservano come gli USA abbiano assunto una posizione di passività o di vera ostilità a che questi fatti siano resi pubblici? ”, ha chiesto il senatore. “Bene, ha aggiunto Graham, per prima cosa essi hanno continuato e forse accresciuto il loro sostegno allo wahabismo, una delle forme più estremiste dell’Islam, a livello mondale ed in particolare nel Medio Oriente. In secondo luogo hanno sostenuto il fervore religioso delle organizzazioni che portavano avanti queste forme estreme di Islam con appoggi finanziari e di altro tipo. Queste comprendono moschee, madras e strutture militari. Al Qaeda era una creatura dell’Arabia Saudita e gruppi regionali come quello di Shabaab, (la cellula somala di Al Qaeda) sono stati in gran parte creature dell’Arabia Saudita; e adesso l’ISIS è l’ultima creatura… l’ISIS è una conseguenza non una causa, è una conseguenza dell’espandersi dell’estremismo in gran parte sostenuto dall’Arabia Saudita”. 
Il senatore americano ha poi detto: ”La conseguenza della nostra passività nei confronti dell’Arabia Saudita ha fatto anche tollerare una moltiplicazione di organizzazioni violente, estreme e fortemente dannose per la regione mediorientale e una minaccia a tutto il mondo, come abbiamo visto questa mattina a Parigi.”
Si tratta di accuse molto gravi, che, data l’autorevolezza della fonte, richiedono il massimo di chiarezza. Alla conferenza i deputati Jones e Lynch hanno annunciato di aver presentato alla Camera una risoluzione, la H Res. 14, per richiedere al presidente Obama di togliere il segreto alle suddette 28 pagine. Sia il testo della legge che il video della conferenza stampa sono disponibili sui siti dei due parlamentari, www.jones.gov e www.lynch.gov .
La signora Terry Strada, da parte sua, ha ribadito che “tutti sanno che Al Qaeda e Osama bin Laden ci hanno attaccato l'11/9, ma questa è solo metà della verità. Crediamo che l'altra metà stia nelle 28 pagine redatte dalla Commissione d'Inchiesta”. 
“Dobbiamo declassificarle e denunciare i finanziatori dell'attacco terroristico e intraprendere azioni contro di loro”, perché, ha aggiunto, “le famiglie delle vittime e dei sopravvissuti dell’11/9 hanno il diritto di conoscere la verità”. 
When the 800-page Senate report was made public in 2002, Graham recalled that he and Republican Senator Richard Shelby were “shocked to see an important chapter in the report had been redacted.”

The Missing Pages of the 9/11 Report 01.12.15

Obama administration continues to block report on Saudi financing of 9/11 attacks Tom Carter  14 January 2015

«Sono trascorsi 8 anni da quel tragico 2001 e ancora non conosciamo la verità su quello che accadde l’11 settembre». Lo afferma Giulietto Chiesa, autore del bestseller “La guerra infinita” (Feltrinelli) e del documentario “Zero”, accolto con interesse in tutta Europa. «Chi come noi dubitò fin dall’inizio delle versioni ufficiali – scrive, in un lungo reportage per “Megachip” – fu bollato come antiamericano e complottista: cioè furono definiti complottisti quelli che cercavano di smascherare il complotto, non quelli che lo costruirono. Malgrado tutto, comunque, la verità avanza». 

Clamorose rivelazioni, confessioni, libri: si disegna lentamente il più colossale depistaggio della storia.

«I nostri dubbi, miei e del 53% degli americani, stando ai sondaggi – scrive Chiesa – non solo non sono stati dissipati, ma sono col tempo diventati una serie di certezze, mentre altri dubbi e interrogativi sono emersi in gran numero su cose che prima non sapevamo, non avevamo visto, non sospettavamo neppure». Tutto questo, grazie a «punti di rilevazione, di analisi e raccolta dati», che «continuano incessantemente a funzionare e a comunicare ciò che scoprono».
Giulietto Chiesa si riferisce in particolare ai nuovi dati emersi dopo il lavoro della commissione istituita con legge speciale nel 2002 (vincendo l’aspra resistenza di Bush, Cheney, Rumsfeld e Rice) e che emise «il suo ridicolo e al tempo stesso gravissimo verdetto – adesso lo sappiamo con assoluta certezza – alla fine dell’estate del 2004». 
The commission”, il libro del reporter investigativo Philip Shenon (del New York Times) ora tradotto in Italia da Piemme, col titolo “Omissis. Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”, per Chiesa è un «tardivo riconoscimento» delle tesi formulate dai “complottisti” all’indomani della strage.
Altri due libri in cima alle classifiche, non ancora usciti in edizione italiana, sono “Against all Enemies” di Richard Clarke, che guidò la caccia a Bin Laden dai tempi di Clinton e fu poi liquidato da Condoleezza Rice, e “Without Precedent”, di Lee Hamilton, ossia uno dei due presidenti dell’organismo d’inchiesta che produsse il definitivo «e sbalorditivo» rapporto finale della commissione. Afferma Giulietto Chiesa: «Proprio Hamilton, democratico, denuncia ora, a misfatto compiuto, come la commissione sia stata fuorviata da “informazioni non attendibili”, e sia stata impedita nell’accesso a documenti essenziali all’indagine», come i verbali degli interrogatori di Khaled Sheikh Mohammed.
Come potevamo essere certi, scrive Hamilton, che Mohammed stesse dicendo la verità? «Adesso, nel 2009, sappiamo che quella confessione fu estorta con la tortura e dunque che essa non ha alcuna validità, di fronte a nessun tribunale, nemmeno di fronte a un tribunale militare americano». Ma anche nella sua palese invalidità di principio, aggiunge Chiesa, quella confessione contiene una presunta “verità” alla quale gli inquirenti della Cia hanno detto di credere, probabilmente dopo averla inventata.
«Questa “verità” contraddice platealmente l’attribuzione della paternità degli attentati dell’11 settembre a Osama Bin Laden», visto che Mohammed confessa la paternità di questa e di una trentina di altre operazioni terroristiche in ogni parte del mondo. «Nello stesso tempo – continua Giulietto Chiesa – Osama, il “most wanted terrorist”, non è accusato dall’Fbi per gli attentati dell’11 settembre, ma solo di quelli delle due ambasciate americane in Africa, del 1998. E, in ogni caso, nessun procedimento penale è mai stato aperto nei suoi confronti. E sono passati undici anni!».
Eppure, nonostante questa massa di incongruenze, il rapporto della commissione lo indica come il responsabile dell’11 settembre. «Hamilton, nel suo libro, tace completamente sull’intera questione». Sulla quale, racconta Chiesa, il deputato democratico giapponese Yukihisa Fujita gli ha inviato una lettera con esplicite domande, su questa e altre faccende concernenti incongruenze e omissioni, senza però ottenere alcuna risposta.
Tra i quesiti di Fujita, il ruolo giocato dal direttore esecutivo della commissione, Philip Zelikow. Shenon, l’autore di “The commission”, ha intervistato quasi due terzi degli 80 commissari, ma imbattendosi sempre in fonti anonime, coperte: funzionari della Cia e del Pentagono che avrebbero rischiato il posto, se si fosse scoperto che avevano parlato con il giornalista. Domanda ricorrente: come mai nessuno ha “parlato”? «Poiché l’operazione di insabbiamento e falsificazione è sempre parte integrante dell’insieme, come in tutte le operazioni di terrorismo di Stato – risponde Chiesa – possiamo affermare che la risposta corretta nega la domanda. Infatti c’è un sacco di gente che “ha parlato”, eccome ha parlato!».
«Decine di testimoni hanno parlato, ma sono stati cancellati», continua Chiesa. «E altre decine di testimoni a conoscenza dei fatti non hanno potuto parlare perché qualcuno ha deciso di non ascoltarli. Così il grande pubblico non ha saputo nulla: perché molto è stato eliminato dal pubblico discorso prima ancora di venire pronunciato, ma anche perché attorno alle dichiarazioni di coloro che, accidentalmente, hanno potuto parlare, è stato innalzato un muro di silenzio, che il “mainstream” informativo ha rispettato scrupolosamente».
Nella clamorosa ricostruzione di Shanon, l’ingegnere esecutivo delle manovre di depistaggio è Philip Zelikow, nominato alla guida della commissione violando la legge che la istituiva, la quale escludeva categoricamente tutti coloro che avessero avuto conflitti d’interesse, cioè che potessero essere collegati con la Casa Bianca. «La commissione avrebbe dovuto indagare in quella direzione, ma non indagò». Al contrario, protesse «coloro che avrebbero dovuto essere obbligati a dare le informazioni essenziali e non le diedero».
Zelikow aveva «un mare di conflitti d’interesse». Da Shenon, veniamo a sapere che non rivelò, o nascose, i suoi stretti rapporti con Condoleezza Rice: scrisse un libro insieme a lei, fu suo consigliere nella transizione al nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, e per lei scrisse nel 2002 il documento che tracciò le linee della nuova strategia della sicurezza nazionale Usa, includendovi l’idea dell’attacco preventivo usato da Bush per giustificare la guerra contro l’Iraq.
Malgrado le promesse, Zelikow non interruppe mai i rapporti con la Rice, Karl Rove e Dick Cheney. Prima ancora che la commissione sull’11 settembre cominciasse i lavori, Zelikow aveva già scritto un proprio schema per il rapporto finale, anticipando le conclusioni dell’inchiesta e tenendo i commissari all’oscuro di tutto. Secondo il libro di Hamilton, «era Zelikow a decidere su cosa si doveva e su cosa non si doveva investigare», mentre da Shenon sappiamo che lo stesso Zelikow riscrisse personalmente tutti i capitoli del documento, «dall’inizio alla fine».
Sulla base di tutto questo, Shenon esprime un giudizio personale: Zelikow «era una talpa della Casa Bianca, che passava informazioni all’Amministrazione sulle scoperte della commissione», di cui si servì «per promuovere la guerra contro l’Iraq». Sempre da Shenon, continua Giulietto Chiesa, veniamo a sapere che «lo staff della commissione sapeva che la Rice aveva mentito, per quasi un anno», sul contenuto del briefing presidenziale del 6 agosto 2001 nel quale la Cia – un mese prima dell’11 settembre – annunciava «a breve» un devastante attacco terroristico.
Ma ancora non è tutto. Hamilton scrive che ufficiali del Norad (sicurezza militare) in pubbliche udienze della commissione «diedero una descrizione falsa dell’11 settembre», che «confinava con l’intenzione di voler ingannare». Si noti la delicatezza di quel “confinava”. «In realtà risulta che il Norad mentì platealmente alla commissione dopo averle nascosto, per mesi, le registrazioni di cui disponeva e che erano assolutamente essenziali per capire la dinamica degli avvenimenti». 
Oltre alle evidenti operazioni di depistaggio, Zelikow era inoltre amico di Steven Cambone, a sua volta «l’aiutante più vicino a Donald Rumsfeld». Malgrado ciò, la commissione prese per buoni – senza sospettare che fossero stati falsificati – i nastri forniti del Norad per scagionare il Pentagono, dai quali si evinceva che la Difesa non sarebbe stata informata per tempo dalla Federal Aviation Administration.
Se il libro di Shenon costituisce un contributo prezioso alla verità, per contro denuncia «i limiti del giornalismo americano d’inchiesta», come si evince dalla storia dei due “piloti presunti” del volo AA-77, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mindhar. Risultavano schedati come “potenziali terroristi”, sulla lista in possesso delle compagnie aeree americane. Eppure erano entrati negli Usa con i loro nomi e vi avevano vissuto per quasi un anno. «Come possa essere accaduto, Shenon non se lo chiede. Forse sarebbe stato utile chiederlo alla Cia, segnatamente agli addetti dell’agenzia che facevano entrare terroristi negli Usa a partire dal Consolato americano di Jedda, in Arabia Saudita».
Ma anche qui si arriva all’assurdo, alla farsa: i due avevano vissuto a San Diego, California, nell’appartamento di uno “storico informatore” dell’Fbi. Già sospettati di terrorismo, non solo entrano con i loro nomi negli Stati Uniti, ma vanno a finire in casa di Abdusattar Sheikh, che Shenon, in un altro passaggio del suo libro, definisce «informatore di lungo corso dell’Fbi». È ancora possibile parlare, come fa Shenon, di “incompetenza”? E’ sufficiente questa “incompetenza” per spiegare il silenzio dell’Fbi prima e dopo l’11 settembre? Ce n’è abbastanza per aprire un procedimento penale contro Shaikh? Ma non fu nemmeno convocato: l’Fbi si oppose al suo interrogatorio.
Su altri versanti risulta che il senatore Bob Graham, del Comitato del Senato per l’intelligence, aveva svolto indagini (passate sotto silenzio) dalle quali emergeva che «alcuni funzionari del governo saudita avevano avuto un ruolo nell’11 settembre». Erano 28 pagine di un rapporto assai dettagliato che però «rimasero secretate per motivi di sicurezza nazionale». 
Michael Jacobson, ex legale dell’Fbi e funzionario dello staff agli ordini di Philip Zelikow, aveva scopero che i due “dirottatori” non si nascondevano neppure: «Il nome, l’indirizzo e il numero di Hazmi si trovavano nell’elenco telefonico di San Diego». Dagli archivi locali dell’Fbi è emerso che i due erano sotto controllo, furono ricevuti e ricevettero denaro da un “misterioso” espatriato saudita, Omar al-Bayoumi. Neppure costui fu mai sentito dalla commissione. 
«Sempre Jacobson – conclude Chiesa – scoprì che l’Fbi sapeva che i soldi per i due terroristi arrivavano direttamente dalla principessa Haifa al-Faysal, moglie dell’ambasciatore saudita a Washington. Ma nel rapporto della commissione non c’è traccia di tutto questo» (info:www.megachip.info).

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