Featured Post

60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Tuesday, February 17, 2015

IL nuovo totalitarismo del Grande Callifato


Se "il Califfato già ora amministra la vita di centinaia di migliaia di persone" è anche colpa dell'Occidente: "la nostra passività è una delle cause principali di ciò che sta accadendo", dice il giornalista Domenico Quirico, che al progetto di totalitarismo islamista ha dedicato il suo ultimo libro ‘Il grande califfato', un viaggio nelle terre dominate dall'ideologia di Al Baghdadi.


"Non è un trattato di geopolitica o di analisi, io faccio un mestiere diverso, quello - spiega l'inviato de La Stampa - del raccontatore e del viaggiatore e oltre non vuole andare: non ho ricette né formule, mi limito a constatare la realtà". 

Quando Quirico tornò in Italia dopo essere stato prigioniero degli uomini di Al Nusra, al Qaeda in terra siriana, rivelò che il Grande Califfato non era un sogno velleitario, ma un preciso progetto strategico, ma non fu ascoltato.

"Eravamo abituati a ragionare nei termini dell'antico terrorismo di al Qaeda, pensavamo che questa idea di costruire uno Stato fosse fantasia, è mancata - sottolinea - la constatazione dell'enorme salto di qualità dei progetti e dell'organizzazione". Se l'organizzazione di Bin Laden "si proponeva di uccidere come unica attività", quelli dell'Is invece "vogliono riconquistare le terre di Dio".

Per questo per Quirico il loro si profila come un nuovo totalitarismo "come lo erano quello nazionalsocialista o staliniano, sulle basi di un criterio che è la fede islamica che impone la separazione del mondo in due parti, con l'eliminazione di tutto ciò che è impuro". Proprio perché quello del califfato è un progetto totalitario "ha qualcosa di antropologicamente nuovo: il combattente jihadista - spiega - non è l'ambasciatore di morte di Bin Laden, è un uomo nuovo".

Per Quirico i jihadisti di oggi somigliano di più alle brigate internazionali che parteciparono alla guerra in Spagna: "uomini che nel progetto di rivoluzione mondiale di allora si erano liberati della loro identità umana precedente, erano pagine bianche su cui qualcuno aveva scritto un nuovo codice genetico". Così come succede oggi "a Londra, a Parigi, nello Yemen, dove c'è una nuova specie che parte per andare a morire in Siria". Questi uomini nuovi "ho avuto la fortuna di conoscerli perché ho vissuto con loro e - dice ricordando i mesi di prigionia - da questa frequentazione involontaria ma straordinariamente importante per la conoscenza ho capito la loro pericolosità".

Grazie a questa convivenza forzata, il giornalista dice che "nei libri si parla di qualcosa che non esiste. Quando leggo certe analisi mi chiedo "ma questi l'hanno mai visto un jihadista?", nel 99% dei casi la risposta è no. Non metto in dubbio l'onestà intellettuale, ma sono costruzioni sociologiche basate sulla teoria del modello, che non funziona". Bisogna conoscerli, i foreign fighters, per capire che "sono il risultato del fallimento delle politiche di integrazione".

Quello che attira questi giovani in Siria "è la tentazione totalitaria, lo stare dalla parte dei giusti in un mondo dove tutto è intercambiabile: non c'è nulla come la religione - riflette - che ti consenta di uccidere senza rimorso". Se in Tunisia, Egitto, Nigeria il jihadismo "ha approfittato della corruzione, della miseria, delle storture del mondo musulmano", "i combattenti stranieri non sono tutti emarginati, ci sono esperienze incomprensibili - racconta - di chi ha buttato via una vita normale".

Tutto questo non sarebbe successo "se non avessimo fatto finta di niente: quello che sta accadendo è una filiazione diretta della rivoluzione siriana, che non era islamista. Abbiamo ignorato i ribelli, non li abbiamo aiutati ad abbattere Assad e gli islamisti hanno capito che quella era la loro occasione. Sarebbe bastato fornire armi ai ribelli e il corso della storia sarebbe cambiato, ora si cerca di recuperare il tempo perduto".

Intanto la cartina nera che campeggia sulla copertina del suo libro giorno dopo giorno sta diventando un incubo sempre più reale: "Se le si appoggia sopra quella dei Paesi dove domina la sharia i confini non sembrano già fantascientifici, il Califfato già ora amministra la vita di centinaia di migliaia di persone. La Libia in aereo - ricorda - dista meno di un'ora dall'Italia".

Libri .“Il grande califfato” raccontato da Quirico DI GIOIA GIUDICI 14-02-2015

Isis in Libia


L’inviato de La Stampa propone un lungo viaggio che parte da Istanbul e si conclude in Nigeria, fa tappa a Groznyj in Cecenia e nelle pianure della Francia, nel Sahel e in Somalia. È ciò che Quirico definisce «il totalitarismo islamista globale». 

«È la prosecuzione de “L’Impero del Male”, dove raccontavo della mia esperienza di sequestrato. Del Califfato ho sentito parlare la prima volta quando ero prigioniero. È il racconto di un viaggio nei Paesi in cui in realtà il Califfato c’è già». 

Al ritorno dalla Siria, Quirico aveva lanciato l’allarme sulla deriva islamista a cui l’Occidente stava andando incontro. Un grido d’allarme rimasto inascoltato sino a ieri: «L’islamismo radicale è una realtà presente da tempo nei nostri Paesi. Probabilmente dopo i fatti dell’11 settembre si riteneva che fosse stato contenuto e limitato. Invece la minaccia era di tipo diverso. È nato uno stato islamico nel cuore del vicino Medio Oriente e controlla ormai vasti territori, dalla Nigeria al Sinai. In principal modo sono stati sottovaluti i numeri dell’adesione europea all’Isis». 

Gli atti terroristici a Parigi, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo, hanno scosso l’opinione pubblica ma non hanno sorpreso Quirico per anni corrispondente dalla capitale francese: «La riflessione per simili gesti che bisognerebbe fare è all’interno della stessa Francia. I terroristi non fanno parte di cellule provenienti dal deserto o dall’Afghanistan ma sono francesi a tutti gli effetti, che avrebbero dovuto assimilare e condividere la realtà in cui sono cresciuti. Mi sembra ci sia un po’ di ipocrisia quando sento parlare di attacco esterno e mi domando quanto si sia fatto davvero a livello d’integrazione». 

Le vignette su Maometto sono state prese a movente per l’attentato, la Francia illuminista afferma che la libertà di satira è inviolabile. Il giornalista astigiano puntualizza: «Censurare è sempre qualcosa di pericoloso perché, una volta esplicato il principio, si rischia di non tornare più indietro. Secondo me però ci dovrebbe essere una qualche forma di tolleranza che è il sale della democrazia ed è la capacità di non spingersi oltre un certo limite. Ci dovrebbe essere una forma di autocensura: non si può e non si deve offendere la sensibilità religiosa altrui. È ciò che definisco il principio totalitario al contrario, di assoluta libertà». 

Il Mito Della Libertà


Dalla loro liberazione non si parla d’altro che del presunto riscatto pagato dall’Italia. Greta e Vanessa, le due cooperanti per mesi prigioniere in Siria, sono finite in un vortice di polemiche. Su questa vicenda Quirico non ha dubbi: «L’equiparazione tra il denaro e la vita umana non esiste. È inaccettabile anche solo dal punto di vista teorico. Sono due livelli che non metterò mai sullo stesso piano. Lo scopo era salvare due persone, queste due persone sono state salvate. Punto». E chiude: «Il finanziamento del Califfato avviene in altre maniere, non certo con i riscatti». 

Quirico e il nuovo capitolo del suo viaggio nell’Islam ENZO ARMANDO 22/01/2015

“La cartina nera del Califfato – scrive Domenico Quirico sulla Stampa – pezzo dopo pezzo, si colma, gli spazi vuoti tra un emirato e un altro, tra un brigante sahariano infeudato al califfo di Mosul e gli altri zeloti dello stato islamico totale si restringono”.
I miopi profeti del «disordine controllato», i medagliati della guerra per «portare la democrazia in Libia», guardano ora, stupefatti, le bandiere nere a Sirte, a Derna, sulla costa del mare, ascoltano intontiti i proclami arroganti dei nuovi padroni della Libia purificata da una ideologia settaria e barbara. Dove sono finiti i mestatori a cui hanno prestato, frettolosamente, la patente di «democratici», di uomini del futuro? Che fine hanno fatto quelle elezioni, quei parlamenti, quelle costituzioni che abbiamo annusato come segno dei tempi ormai irrevocabilmente nuovi? Si urla ora all’allarme, si invocano alleati e ascari per fermare quelli che il presidente americano chiamava pochi mesi fa avversari di serie b, fantocci di un medioevo ridicolo e strampalato contrapposto alle meraviglie dl migliore dei mondi possibili, cioè il nostro (…) 
La verità è una cosa fragile: se intonata ad ogni angolo da mille giovani gole di acciaio, unte di moschee fanatiche immediatamente anche la verità più indiscutibile si trasforma in bugia, in violenza, in terrore, e prima o poi in pretesto per uccidere. 

La cartina nera del Califfato, pezzo dopo pezzo, si colma, gli spazi vuoti tra un emirato e un altro, tra un brigante sahariano infeudato al califfo di Mosul e gli altri zeloti dello stato islamico totale si restringono.

Domenico Quirico: “I nostri regali al Califfo” 16 febbraio 2015

Il giorno in cui, per la prima volta, mi parlarono del califfato era un pomeriggio, un pomeriggio di battaglia ad al-Quesser, in Siria. Ero prigioniero degli uomini della guerra santa, di una brigata del feroce emiro Abu Omar, da quasi due mesi. (...)  

Fu quel giorno che l’emiro mi parlò del califfato. «Guardate gli uomini che ho accanto. Per capire». Abu Omar fa ruotare, sdraiato pigramente su un pagliericcio, il suo rosario; le mosche enormi, incattivite di caldo, sembrano non infastidirlo, ha la mano bendata, un dito steccato è rosso di sangue rappreso e di disinfettante: puliva il kalashnikov, un colpo era rimasto in canna, gli ha quasi spappolato la falange. Fa roteare gli occhi azzurri, malvagi, nella sua lunga faccia magra, dalle guance incavate e la pelle del colore di un violino, la barba assira alla maniera di Bin Laden. (...) 

L’emiro oggi non combatterà, è ferito, ogni tanto mi pone domande, ha cercato di convincermi ad abiurare la fede cristiana e a diventare musulmano: «Cristiano, tu non sai niente, il vero cambiamento, quello vero è nelle mani di Dio. Eretici pestilenziali come Bashar, questo fetido alauita, hanno allentato il rapporto con Dio. Ma anche gli altri, Mubarak e Ben Ali, non sono veri musulmani; a parole dicevano sì alla legge islamica, ma poi fanno leggi ispirate a quelle dei Paesi occidentali, fingono di essere musulmani e obbediscono agli ordini dell’America. Con l’aiuto di Dio noi spazzeremo via Bashar e uccideremo tutti gli alauiti, razza di Satana, miscredenti... anche le donne e i bambini. Non ne resterà nessuno in Siria e cacceremo i cristiani che non accetteranno di pagare la tassa. Costruiremo, sia grazia a Dio Grande Misericordioso, il califfato di Siria... Ma il nostro compito è solo all’inizio. Poi sarà la volta degli altri capi traditori, in Giordania in Egitto in Arabia: uno a uno. Alla fine il Grande Califfato rinascerà, da al-Andalus fino all’Asia. Siamo nella dimora della guerra dar al harb, ci è lecito uccidere per difendere la fede». (...) 

«L’Islam è una grazia, cristiano» riprese Abu. «Vi illudete che abbiamo bisogno delle vostre porcherie per vivere, che siamo ormai deboli e obbedienti... Ti racconto una storia: c’era nel deserto un cucciolo di leone che era cresciuto tra le pecore e il cucciolo pensava di essere una pecora anche lui, e belava e scappava di fronte ai cani. Poi un giorno un leone passò di lì e gli mostrò il riflesso in una pozza d’acqua e scoprì ciò che era davvero. Cominciò a ruggire. I cani fuggirono. Ecco: noi siamo musulmani non pecore, non dimenticarlo più, ci avete umiliato e sfruttato per secoli. È finita». 

Noi e l’Altro: quante volte l’ho visto in azione, questo ingranaggio, nell’ex Jugoslavia, in Ruanda... Ecco: un gran numero di individui comincia a credere o vuole credere di appartenere a qualcosa di unitario e distinto, la razza la nazione la vera fede. Si sono costruiti un criterio identitario che gli serve da conchiglia di sicurezza per attraversare tempi torbidi. A questo punto il percorso comincia a divenire irreversibile, quando si abbandonano le proprie identità individuali per fondersi in quella che ormai è diventata la comunità: noi siamo il vero Islam, non più marocchini o afghani, iracheni o francesi, ma uomini di Dio. (...) 

Quando tornai dalla prigionia, cinque mesi dopo, era il settembre del 2013, non c’era nulla che assomigliasse a quel vaticinio dell’emiro. La guerra civile continuava feroce e convulsa, ognuno ancorato alle proprie posizioni, i jihadisti le campagne e il deserto, i soldati del regime difendevano le grandi città e tentavano di allontanare a poco a poco i ribelli dalla frontiera libanese. (...) 

Tutto doveva esser fatto rientrare nello schema della guerra civile musulmana, sunniti contro sciiti, Iran contro Arabia Saudita per il controllo della supremazia nel mondo islamico. Che c’entrava tutto questo con il califfato e i tempi di Abu Bakr? la creazione subdola del Noi procedeva a velocità impressionante. Al prezzo evidentemente della individuazione di un Loro. (...) 

Il totalitarismo islamista era nato, silenziosamente, senza che lo vedessimo crescere accanto a noi. (...) Era passato un anno intanto dal mio sequestro, appena un anno; ma da Raqqa nell’Est della Siria, dove i miei sequestratori mi avevano portato nell’ultima fase della prigionia, giungevano ormai voci e poi notizie sensazionali e allarmanti: il gruppo Per lo Stato islamico in Iraq e nel Levante, guidato da un iracheno misterioso che si faceva chiamare Abu Bakr al-Baghdadi, stava diventando sempre più potente, assorbiva a grandi brancate ampie parti del territorio liberato dal regime. Chi non veniva spazzato via era costretto ad accettare di infeudarsi ed entrare a far parte dell’armata dell’Isis, e seguirne le bandiere vittoriose. 

A giugno erano un esercito di trenta, quarantamila combattenti, come ammetteva a denti stretti la Cia; dopo aver varcato e distrutto la frontiera dilagò in Iraq sbriciolando l’esercito sciita armato dagli americani. Mossul, due milioni di abitanti, cadeva sotto l’urto di un attacco dall’esterno e della insurrezione di una quinta colonna che si era tenuta nascosta in città. Anche Baghdad sembrava in pericolo, tutta la pianura di Ninive era perduta, dalla Grande Moschea di Mossul al-Baghdadi proclamava la rinascita del califfato e dichiarava guerra all’Occidente: arriveremo a Roma... (...) 

Si riproponeva l’eterna domanda sull’uomo: come si può arrivare a uccidere migliaia di persone senza difesa? E perché in più farli soffrire, violarli, martirizzarli prima di annientarli? Le bandiere nere delle forze islamiste sventolavano nelle savane del Nord della Nigeria, la terra dei Boko Haram, sulle sabbie del Sahel, dalla Mauritania al Sudan, in Libia, nella Somalia degli Shebab irriducibili, nel Sinai, nel Sud della Tunisia. Il califfato globale non era più un progetto: esisteva già! 

L’ascesa silenziosa del Califfato di sangue DOMENICO QUIRICO 22/01/2015

«Noi non vogliamo capire che l’islam moderato non esiste, che la Primavera araba è finita e che la sua nuova fase consiste nel progetto islamista e jihadista di costruire il Grande califfato islamico. Neanche a dirlo, il principale ostacolo alla sua costruzione siamo noi». Domenico Quirico, inviato della Stampa, rapito in Siria e rimasto nelle mani dei ribelli per cinque mesi, riassume in una grande «dichiarazione di guerra» dell’islam all’Occidente gli attentati in Siria, Pakistan, Nigeria, Egitto e Kenya a cui stiamo assistendo in questi giorni. 

Cos’è che non vogliamo vedere?

Che esiste un jihadismo internazionale che ha dichiarato guerra all’Occidente, strutturato militarmente e con un progetto politico che viene sistematicamente messo in atto in diverse parti del globo.

Qual è il loro obiettivo?

Ricreare il Grande califfato islamico del sesto secolo, che è stato il momento di massima espansione militare e politica dell’islam nel mondo. Allora, andavano dall’Europa all’Asia. È chiaro quindi che il principale ostacolo nella costruzione di questo progetto politico siamo noi.

In un articolo ha definito l’Occidente «debole e brutale». Perché?

Perché alterniamo una vigliaccheria che ci contraddistingue da decenni a momenti di apparente energia come l’intervento franco-inglese in Libia. Prendiamo la Siria: siamo passati dall’immobilismo, quando intervenire sarebbe stato politicamente intelligente ed eticamente obbligatorio, cioè quando la rivoluzione era ancora laica e democratica e non islamica, a progetti totalmente idioti come quello degli Stati Uniti di Obama di bombardare l’esercito di Assad, dando così ad Al Qaeda l’unica cosa che ancora gli manca: l’aviazione.

Pakistan, Nigeria, Egitto, Kenya: gli attentati terroristici si moltiplicano dovunque.

Questa nuova “internazionale islamica” è in grado di spostarsi su tanti fronti nuovi con grande rapidità.

Perché all’Occidente sfugge questo progetto politico?

Ci sfugge perché ci fa comodo far finta di non capire. Se noi capissimo la natura del problema, dovremmo prendere decisioni pratiche e siccome le classi dirigenti dell’Occidente alternano vigliaccheria a momenti di totale obnubilamento mentale, ci attacchiamo come ostriche allo scoglio di questa illusione adatta per i conventi e i salotti televisivi.

Che tipo di illusione?

Quella secondo cui l’islam radicale sarebbe un’appendice secondaria di pochi pazzi che girano il mondo per esercitare la loro follia mentre invece l’islam è tollerante, illuminista, pronto ad accogliere le novità che gli porge l’Occidente come internet o Facebook. E noi non ci accorgiamo che invece l’islam moderato ed educato che ci piace tanto è una piccola percentuale di élites collegate all’Occidente. Mentre la maggioranza è un’altra cosa.

Parla per esperienza personale?

I signori che ho incontrato in Siria erano tutti giovani ragazzi, certamente non folli di Dio che stavano tutto il giorno a salmodiare nelle moschee, ma che sapevano fare la guerra e avevano un progetto politico preciso.

Eppure la cosiddetta Primavera araba aveva suscitato grandi speranze.

La Primavera araba è un periodo che i giornalisti possono ormai consegnare agli storici. È definitivamente tramontata. Siamo in una seconda fase che deriva dalla Primavera araba ma che non è più quella dei giovani di piazza Tahrir o di Avenue Bourghiba. L’islamismo ha raccolto il loro testimone e intelligentemente ha preso l’eredità di qualche cosa che non ha contribuito a costruire, perché bisogna ricordare che gli islamici non hanno partecipato alle rivoluzioni né in Egitto, né in Tunisia né tantomeno in Libia o in Siria.

Ora invece?

Oggi la Primavera araba si è trasformata nel progetto del Califfato, anche per colpa dei governi occidentali che prima hanno sostenuto le dittature e poi sono stati sorpresi dal movimento rivoluzionario e hanno cercato di fare una conversione ipocrita di 360 gradi.

Assad è un brutale dittatore, i ribelli hanno dimostrato di non poter garantire un futuro democratico alla Siria. Che cosa può fare adesso l’Occidente?

Non credo che ora sia possibile e intelligente dal punto di vista politico intervenire in alcun modo in Siria. Il regime è inaccettabile, mentre la nuova rivoluzione non è altro se non jihaidsimo e banditismo, perché ci sono gruppi di criminali che non hanno alcuna ideologia se non quella di riempirsi le saccoccie con estorsioni. Bisogna vedere se il regime avrà le forze necessarie per contenere lo jihadismo, che è ancora possibile.

Lei ha detto che l’islam moderato non esiste: un’affermazione molto poco politically correct.

Noi vogliamo credere all’islam moderato. Io ho girato tutte le rivoluzioni arabe dal 2011 ad oggi. Quando facevo il corrispondente da Parigi ho trovato moltissimi islamisti moderati che possono andare in televisione a fare dibattiti strappando applausi e facendo commuovere la platea. Poi sono andato sul terreno e ho trovato ben altra realtà. In fondo, è come il bolscevismo.

Cioè?

Ha mai conosciuto un bolscevico moderato? No, perché non esiste in natura. Uguale per l’islam.

Un islamista moderato non può esistere?

Esatto, perché l’islam è una religione totalizzante e guerriera. Dobbiamo dirlo chiaro: è nata con le guerre di Maometto e ha nella lotta e nella conversione uno dei principi fondamentali del suo esistere. Anche quando diventasse una religione moderata e illuminista non sarebbe più islam, ma un’altra cosa.

Quirico: «L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra, l’islam moderato non esiste. Settembre 24, 2013 Leone Grotti

The Arab Winter





ARMAGEDDON Apocalypse and the Islamic State




Ti piace?

No comments:

Post a Comment

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...