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60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Tuesday, March 10, 2015

The Land Grabbers i Predoni della Terra


“The Land Grabbers” (Beacon Press) documenta l’estensivo accaparramento di terre coltivabili ai quattro angoli del globo da parte di fondi sovrani, multinazionali del cibo, agenzie governative e speculatori rapaci. Un fenomeno imponente ed elusivo, difficile da tracciare. Che sta cambiando gli equilibri - alimentari e ambientali - del pianeta. 


In Tanzania, un generale degli Emirati ha acquistato diritti di caccia esclusivi su un parco di 400 mila ettari. E lo ha trasformato in una sorta di enclave territoriale. Strettamente sorvegliata. «Non filtrano molte notizie, ma ho sentito di unità paramilitari spedite dal governo di Dodoma per impedire che i Masai in cerca di pascoli si avvicinino alla riserva privata», racconta Fred Pearce, scrittore e giornalista britannico, pluripremiato per le sue inchieste sull’ambiente. Pearce è l’autore di “The Land Grabbers” (Beacon Press), libro in cui documenta l’estensivo accaparramento di terre coltivabili ai quattro angoli del globo da parte di fondi sovrani, multinazionali del cibo, agenzie governative e speculatori rapaci. Un fenomeno imponente ed elusivo, difficile da tracciare. Che sta cambiando gli equilibri - alimentari e ambientali - del pianeta. E che non riguarda solo i paesi più poveri. 

Di recente, un gruppo di deputati tedeschi ha denunciato le trattative per la cessione di vaste aree del territorio ucraino, condotte all’ombra della guerra. Che coinvolgono multinazionali del cibo transgenico, come la Monsanto. Investimenti a rischio, certo, ma a prezzi ribassati. Secondo Farmlandgrab, un osservatorio web sulla corsa ai terreni agricoli, 17 milioni di ettari in Ucraina sono già controllati da imprese straniere, più della metà del territorio coltivabile. Proprio in Ucraina, nel 2013, l’agenzia governativa cinese Xpcc (Xinjiang Production and Construction Corp nell’acronimo inglese) ha ottenuto un leasing di 50 anni su tre milioni di ettari. Probabilmente il più grande caso di “land grab” registrato. Perché la maggior parte delle grandi transazioni sono opache. Soprattutto nei contratti tra le agenzie dei governi, che decidono sul destino di regioni grandi come stati e di intere popolazioni, a loro insaputa. E i conflitti spesso accompagnano le vendite. 

Come è successo in Liberia, il primo stato libero dell’Africa - e uno dei più tormentati, nella storia recente. Le cessioni di terreni cominciano sul finire della guerra civile. «All’inizio, c’è stata una discreta cooperazione tra le società che gestiscono le piantagioni e gli impianti per la produzione di olio di palma e le comunità locali. Ma i rapporti ora si sono deteriorati» spiega Pearce. 

Avere le cifre esatte del “land grabbing” è impossibile. I contratti trasparenti sono solo la parte emersa dell’iceberg. L’Oxfam, che ha denunciato il fenomeno in diverse campagne di sensibilizzazione, ha stimato in più di due milioni di chilometri quadrati le terre sottratte, di cui i due terzi in Africa. Land Matrix, piattaforma indipendente nata per monitorare questi immensi passaggi di proprietà, ha contato 1037 contratti conclusi per oltre 38 milioni di ettari. Ma sono elencate solo le trattative “in chiaro”. «I contratti vengono stipulati, cancellati, ristrutturati, trasferiti. A volte, la quantità di terra è di gran lunga maggiore di quella descritta nei contratti» ragiona Lorenzo Cotula, ricercatore dello Iied (International Institute for Environment and Development). «Non solo: anche se l’accordo non viene chiuso e il terreno non è sfruttato, l’accesso continua ad essere negato a lungo alle genti locali». Infatti: a fianco dei numeri ci sono le storie. Che parlano di esodi forzati di popolazioni intere dalle loro terre ancestrali. Come nella valle dell’Omo, in Etiopia, dove le tribù che restano vivono in un clima di intimidazione continua da parte dell’esercito. Come in Laos e in Cambogia, dove le compagnie vietnamite della gomma continuano ad espandere le loro piantagioni. In Kenya, i diritti sui terreni sono tanto confusi che villaggi, scuole, intere comunità si sono ritrovate all’interno di recinti alzati di sorpresa, in poche ore.  

Sono le “anime morte” della corsa alla terra. In molti paesi dell’Africa e dell’Asia non compaiono neppure nei registri civili. «Il land grabbing rischia di avere un impatto maggiore del cambiamento climatico sull’ambiente e sulla vita dei più poveri» denuncia Pearce. In che modo? «È semplice. Essere privati della terra è un danno immediato. Poi ci sono quelli a medio e lungo termine. Lo sfruttamento intensivo di grandi aree agricole porta a un impoverimento delle risorse idriche. Il paesaggio viene cancellato. E la deforestazione accompagna il land grabbing». Secondo un rapporto di Land Coalition, le aree coperte da foresta (e progressivamente deforestate) costituiscono un terzo delle cessioni di terreni. Lo stesso rapporto mostra che la corsa all’accaparramento continua anche se ha subito un rallentamento apparente dopo il picco del 2009. «La caduta dei prezzi nel settore alimentare ha allontanato gli speculatori. Ma sono rimaste le multinazionali e gli stati, che continuano a comprare per costituire riserve alimentari nel lungo termine» ribadisce Pearce. 

In Cina, la Xinjang è un’agenzia semi-militare, con gerarchie di comando, corpi di ingegneri e agronomi. In Asia centrale, i terreni acquistati dalla Xpcc sono stati sottoposti alla coltivazione intensiva di soia transgenica che li ha impoveriti. Tra i grandi buyers ci sono anche gli Usa, i paesi arabi del Golfo, l’Europa; e il Brasile e l’Egitto che acquistano larghe porzioni di terreno negli stati confinanti.  

C’è chi ha parlato di neo-colonialismo. «Assomiglia al primo colonialismo mercantile, quello delle Compagnie delle Indie inglesi e olandesi - sostiene Peirce. - bisogna rendere trasparenti le transazioni e mobilitare l’opinione pubblica dei paesi ricchi su questo nuovo modello di sfruttamento. ».  

Land grabbing, così emiri e cinesi si comprano il futuro della Terra 05/03/2015


Farmers in Nigeria’s Taraba State are being forced off lands that they have farmed for generations to make way for US company Dominion Farms to establish a 30,000 ha rice plantation. The project is backed by the Nigerian government and the G8′s New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa.

Corporate Capture of Africa’s Agriculture: Dominion Farm’s Land Grab in Nigeria By Grain Global Research, January 30, 2015

In una recente intervista all’agenzia stampa Rossiya Segodnya, Birgit Bock-Luna, capo ufficio stampa del deputato tedesco Niema Movassat, ha confermato che secondo Die Linke «il conflitto ucraino viene utilizzato per vendere delle terre a profitto dei grandi consorzi. I deputati che hanno firmato l’interpellanza di Niema Movassat, attualmente stanno raccogliendo e analizzando informazioni su questo dossier per renderle pubbliche». La  Bock-Luna ha spiegato che Movassat nella sua interpellanza al governo federale tedesco «suppone che la terra in Ucraina possa servire a coltivare degli OGM, colture vietate all’interno dell’Unione europea».
Grandi multinazionali come Monsanto starebbero quindi utilizzando il conflitto ucraino – ma la cosa è già accaduta in altri Paesi colpiti da disordini e crisi economiche – per fare land grabbing, il tutto con i finanziamenti di istituti bancari che dovrebbero lavorare per lo sviluppo dei Paesi in crisi. 

Movassat e altri deputati della Sinistra tedesca chiedono al governo CDU/CSU-SPD di Angela Merkel di spiegare quale sia la sua politica in Ucraina, e se sia a conoscenza dei sospetti che dei terreni agricoli in Ucraina vengano utilizzati per seminare OGM vietati nell’Unione europea, anche alla luce del fatto che – sostengono dalla Linke – le «multinazionali e imprese agricole straniere controllano già più della metà delle terre fertili dell’Ucraina: 17 milioni di ettari su 32 milioni totali».

L’Ucraina d'altronde è in cima alla lista dei Paesi e dei mercati più promettenti per multinazionali come Monsanto e Dupont.

Nel documento che accompagna l’interpellanza parlamentare di Die Linke si legge: «C’è da temere che Monsanto eserciti una pressione sulle autorità ucraine per realizzare le sue esigenze di sviluppo della biotecnologia e degli organismi geneticamente modificati (OGM). L’anno scorso, Monsanto ha speso 140 milioni di dollari  per aumentare la capacità di produzione futura in Ucraina».

L’interpellanza menziona una linea di credito da  17,000 milioni di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal Fondo Monetario Internazionale, e dice che il finanziamento è stato utilizzato dal governo di Kiev per ripartire le coltivazioni. Per esempio, l’impresa tedesca Alfred C. Toepfer avrebbe ricevuto una sovvenzione di 60 milioni di dollari, grazie alla quale potrebbe raddoppiare la superficie delle terre arabili di cui dispone in Ucraina: da 50.000 a  100.000 ettari.

Se le accuse di Die Linke si rivelassero vere, saremmo al paradosso di un governo allo stremo, praticamente già oltre la  bancarotta, che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria. Cose da far impallidire gli oligarchi vecchi e nuovi – filorussi o filo-occidentali – che hanno portato l’Ucraina al disastro economico ed alla guerra.  

Guerra e landgrabbing in Ucraina, Die Linke: «Terre svendute per piantarci OGM proibiti nell’Ue» 10 febbraio 2015]

Gli scimpanzé sono tra i nostri parenti più stretti, ma per la grande impresa agroindustriale in Africa sembrano solo una fastidiosa presenza, anche se appartengono alla sottospecie più rara.

Irene Wabiwa-Betoko, a capo della campagna foreste di Greenpeace Africa, spiega che «Gli scimpanzé ed altri primati in Africa devono affrontare un numero crescente di minacce per la loro stessa esistenza. Vengono commerciati e mangiati come carne di selvaggina, il loro habitat viene distrutto dai taglialegna illegali, rischiano di essere fortemente influenzati dai cambiamenti climatici e ci sono rapporti che dicono che il loro numero sia calato molto a causa di Ebola. Al culmine di tutto questo, stanno anche vedendo il loro territorio distrutto dalle companies senza scrupoli dell’agribusiness – molte di proprietà straniera – che stanno rasando al suolo vaste aree di foresta pluviale in tutta l’Africa occidentale e centrale per far posto alle piantagioni che producono olio di palma, gomma e altre materie prime».

Greenpeace presenta nuove prove di questo land grabbing ai danni degli scimpanzé (e delle comunità tribali umane) nel rapporto “Forest Cover Change Assessment Case Study: Sud Hevea in Cameroon” realizzato da Anna Komarova ed Ilona Zhuravleva, del GIS Center di  Greenpeace Russia, che rivela che diversi progetti dell’agro-industria in Camerun stanno distruggendo e minacciando gli habitat delle grandi scimmie. 

Le immagini satellitari mostrano che il progetto della multinazionale cinese Hevea Sud per realizzare piantagioni di gomma e palma da olio nella regione del sud del Camerun ha già distrutto oltre 3.000 ettari di foresta pluviali e si sta preparando a spianarne altre migliaia.

Wabiwa-Betoko sottolinea che «La concessione confina con la riserva faunistica di Dja, un sito patrimonio mondiale dell’Unesco, che pullula di specie rare e minacciate della fauna selvatica tra cui lo scimpanzé, il gorilla di pianura occidentale e l’elefante di foresta». L’Unesco chiede da tempo al governo del Camerun indagini per verificare se la foresta protetta sia influenzata da queste operazioni, ma le autorità locali hanno respinto le sollecitazioni dell’Agenzia Onu, per «motivi di sicurezza».

Ma all’opera non ci sono solo i cinesi, anche la statunitense Herakles Farm ha se minato distruzione per realizzare piantagioni di palme da olio nel sud-ovest del Camerun e secondo Greenpeace Africa la deforestazione realizzata dalla multinazionale Usa è in gran parte illegale ed «ha  distrutto corridoi di foresta  vitali utilizzati da scimpanzé e altri mammiferi per muoversi tra le quattro aree protette in cui la concessione è inserita».

Questo tipo di progetti al confine tra l’illegale e l’illegale, con forti danni per gli habitat, secondo gli ambientalisti «sono sempre più in tutto il bacino del Congo e in tutta l’Africa occidentale e centrale».

Joshua Linder, un antropologo statunitense della James Madison University, è convinto che «gli sviluppi agroindustriali presto emergeranno come la minaccia al top per la biodiversità nell’area della foresta tropicale africana Se non saranno presto implementate le strategie proattive per mitigare gli effetti su larga scala della conversione dei suoli sugli  habitat, possiamo aspettarci un rapido declino della biodiversità dei primati africani».

Wabiwa-Betoko spera di poter ancora fermare un grosso progetto della società camerunense Azur. Un’indagine realizzata da Greenpeace Africa nel dicembre 2014 dimostra che la Azur vorrebbe mettere le mani su una fitta foresta vicino alla Ebo Forest, dove dovrebbe essere istituito un Parco nazionale e dove vivono sia gli scimpanzé della Nigeria-Camerun (Pan troglodytes ellioti) , la sottospecie più rara del mondo, che altri primati minacciati di estinzione come i mandrilli. Wabiwa-Betoko spiega che «Greenpeace ha scritto all’Azur in diverse occasioni, chiedendo che fornisca le prove per dissipare le crescenti preoccupazioni ambientali sul loro progetto. Non c’è stata alcuna risposta».

Wabiwa-Betoko è molto preoccupata per quello che sta succedendo in Camerun e in altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale –  dove i governi magari hanno firmato accordi con l’Ue per la forestazione responsabile e, dopo aver incassato i finanziamenti europei, continuano a fare come prima e peggio di prima.





La crisi che fece impennare i prezzi di grano, riso e soia tra il 2006 ed il 2008 sarà ricordata anche come spartiacque per la democrazia globale. Da quel momento in avanti abbiamo assistito alla reificazione della terra, diventata da quasi res nullius a oggetto del desiderio. Di chi? Sostanzialmente di chi aveva un cash flow di rilievo e problemi nello sfamare la popolazione. Quindi Stati, o per meglio dire aziende di Stato, multinazionali, hedge funds. 

Ma che cosa succede se un pugno di aziende arriva a controllare milioni di ettari coltivabili? La geopolitica non può prescindere da queste considerazioni e da analisi sulla problematica della food security. I “compratori” elargiscono denari e promesse di rivoluzione; dicono che porteranno lavoro, irrigazione, tecnologia. Ma nessuno è in grado di controllare che lo facciano davvero e, peggio, non ci sono strumenti coercitivi né sanzioni in caso di inadempienza.

IL LAND GRABBING, NUOVO COLONIALISMO MONDIALE – Il mondo non ha ancora preso una posizione univoca sul land grabbing; gli “innocentisti” sostengono sia l’unico (l’ultimo?) modo di cercare uno sviluppo delle terre povere, soprattutto pensando all’Africa. E dicono che così si può scatenare una nuova green revolution, capace di portare maggiore produttività. I detrattori parlano di imperialismo agricolo e di nuovo colonialismo, realizzato non più con gli eserciti o i golpe pilotati ma attraverso il controllo del cibo.

Franca Roiatti parte dal giugno 2007 quando gli abitanti di Città del Messico scesero in strada per protestare contro l’aumento del prezzo della tortilla. Era arrivata a costare 1 dollaro, decisamente troppo per chi ne guadagna 4 al giorno, come quasi 50 milioni di messicani. L’aumento fu causato dall’aumento del costo del grano americano; non lo sapevamo ma era in corso una vera rivoluzione. Le scorte mondiali si erano assottigliate, dopo anni di “manica larga”. Il dollaro si era deprezzato e, come sempre avviene, il petrolio era invece cresciuto. Moltissimo. Portando alle stelle il costo dell’energia che nella produzione agricola è la voce più consistente. Il raccolto in Australia fu disastroso e partì la speculazione degli hedge funds che innalzarono la domanda, per stoccare subito, far salire ancora di più il prezzo e rivendere subito dopo. A fronte della scarsa produzione, Russia e Ucraina vietarono l’export. C’erano tutti i presupposti per una crisi mondiale.

IL RUOLO DEI BIOCARBURANTI – Ma la data da ricordare è precedente ed è il 29 luglio del 2005, giorno in cui il Congresso americano diede vita all’Energy Policy Act , stabilendo l’innalzamento della produzione di biocarburanti dal mais. Veniva così meno una bella fetta di produzione, destinata ora ai trasporti in quanto meglio remunerata alle grandi imprese. Anche perché con  il petrolio a 150 dollari al barile un’alternativa era comunque necessaria ed in quel momento finanziariamente sovvenzionata. Popolazioni ridotte alla fame, quindi, per evitare inquinamento al mondo del nord. Anche fronteggiare il già certo aumento della popolazione mondiale non sarà facile; impossibilitato a praticare rimedi malthusiani e spaventato per il costo sociale ed ambientale di una nuova Green Revolution, il mondo è alla ricerca di una soluzione. È questo il processo che portato la terra ad essere una merce come le altre. È più sicura, forse più a buon mercato ed infinitamente più strategica di qualunque altro investimento.
LE GRANDI POTENZE – Cina e Arabia Saudita hanno ricoperto ruoli diversi ma estremamente importanti. La prima è riuscita a risolvere problemi interni e curare i propri interessi allo stesso tempo, concludendo importanti accordi con paesi africani (quelli più a buon mercato e dai regimi compiacenti) e ottenendo terre, allevamenti, piantagioni e materie prime in cambio di strade e acquedotti. La seconda era riuscita a diventare esportatore di cereali creando un sistema di pozzi di profondità nel deserto ma ha dovuto desistere per non toccare le già scarse scorte di acqua dolce. E ora fa valere il peso dei petroldollari in giro per il mondo. L’India, che nel 2030 potrebbe superare la Cina a quota 1 miliardo e 600 milioni di abitanti, sta comprando (o affittando; in Africa la terra è per lo più di proprietà statale) parti consistenti di Myanmar, Laos ed in America Latina. Corea del Sud e Giappone mirano all’Africa. Ovviamente le varie potenze sono attente a non intralciare i piani altrui. Siamo ormai in presenza di quello che l’autrice chiama “il Risiko agricolo”.

I PERICOLI E LE CONTROINDICAZIONI – Esiste il concreto pericolo di perdita di biodiversità perché  chi produce all’estero è meno attento alla normativa e chi cede terreno di solito non ha mezzi né interesse per controllare. C’è il rischio che le popolazioni autoctone vengano condannate alla fame per affitti da 12 dollari l’ettaro: la sovranità alimentare, introdotta dal forum di Selinguè in Mali nel 2007 sancisce il principio per cui “tale diritto non può essere fatto valere davanti a un tribunale, ma riafferma la priorità dell’accesso alla terra per famiglie dei piccoli contadini rispetto ai colossi dell’agrobusiness”.

Il nuovo colonialismo ed i pericoli per la democrazia mondiale Andrea Martire  2 novembre 2014






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