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60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Thursday, April 23, 2015

SHITSTORM Sciami Digitali - The Neoliberal System



La folla che tante conquiste ha ottenuto in passato oggi è soltanto uno sterile sciame. Il mondo virtuale ha perso ogni distanza e quindi rispetto. L'anonimato e la trasparenza sul web sono un male assoluto. La cultura della "condivisione" è la commercializzazione radicale della nostra vita. Internet non unisce, ma divide. Genera un venefico narcisismo digitale. La sua estrema personalizzazione restringe, paradossalmente, i nostri orizzonti. E divora le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa.


"Un mondo che consistesse solo di informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, assomiglierebbe a una macchina…” ("La Società della Trasparenza")


Byung-Chul Han: 55 anni, filosofo tedesco-sud coreano con un passato nella metallurgia e brutale critico della Rete e del globo interconnesso. Se per alcuni è solo un catastrofico luddista, per altri Han è un lucido visionario del "mondo nuovo". E, dopo i fortunati La società della stanchezza e La società della trasparenza, nel suo ultimo saggio, Nello sciame. Visioni del digitale (ed. Nottetempo), Han affetta, con taglienti anatemi, i pilastri di Internet e della società digitale. "Quale democrazia è oggi possibile", accusa Han, "rispetto a una sfera pubblica che scompare di fronte a una crescente trasformazione egotica e narcisistica? Forse una democrazia con il tasto "mi piace"?".



Se nel 1895 Gustave Le Bon profetizzava "l'età delle folle", per "l'apocalittico" Han oggi abbiamo a che fare "con uno sciame digitale, e cioè un insieme di individui" ottimisticamente "integrati" nella Rete (per dirla alla Umberto Eco) ma allo stesso tempo isolati. Allo sciame manca l'anima e lo spirito della vecchia folla, perché se la prima "marciava in un'unica direzione, formando massa e dunque potere ", oggi lo sciame non si raduna fisicamente e "non sviluppa un'unica voce, un Noi". Se per Marshall McLuhan l'homo electronicus era Nessuno, per Han l'homo digitalis è un Qualcuno anonimo. Che con i suoi simili riesce a plasmare soltanto una misera moltitudine.



E quindi che ruolo ha oggi questo sciame, professor Han?

"Lo sciame digitale non crea un "pubblico". Non conduce al dialogo o al discorso, che è il cuore di una democrazia. Una vera comunità democratica non è né massa né sciame, ma un pubblico che discute. Non a caso, il Partito Pirata in Germania si è liquefatto. Volevano essere un anti-partito, ma poi si sono dovuti organizzare come i vecchi partiti. Il mezzo digitale distrugge le basi della comunità e della cittadinanza".



Che rapporto c'è tra lo sciame e le ondate di indignazione online o, peggio, di offese gratuite che lei chiama "shitstorm" ("tempeste di sterco"), spesso generate da utenti anonimi?

"Il mezzo digitale è strettamente legato a uno stato di eccitazione. In passato, se si voleva contestare qualcuno, bisognava procurarsi carta e francobollo, scrivere una lettera, imbustarla, eccetera. Un lungo processo che scaricava l'eccitazione. Oggi, invece, basta un clic per indignarsi e scatenare online "shitstorm" diffamatorie. Spesso la comunicazione digitale ha un enorme frastuono di sottofondo e ci fa perdere la capacità di ascoltare, facoltà cruciale della democrazia. Solo nel silenzio possiamo trovare "l'altro". La crisi dello spirito è anche una crisi di comunicazione, scriveva Michel Butor. Inoltre il web, mescolando pubblico e privato, abbatte ogni distanza e, conseguentemente, il rispetto, che sussiste solo quando è legato a un nome, a un'identità. Tuttavia, vietare l'anonimato online non è una soluzione: faciliterebbe di molto la sorveglianza totale dei cittadini".



A questo proposito, lei negli anni ha criticato molto la "trasparenza", anche in politica. Perché? 

"La trasparenza agevola senz'altro lo scambio di informazioni. Ma quando le informazioni sono eccessive e troppo facili da reperire, ecco che il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo. La società della trasparenza si regge su una struttura molto simile alle società della sorveglianza. E quando diventa tutto così aperto, anche la politica e la democrazia rappresentativa vanno in affanno, si riducono al chiacchiericcio. L'ansia della trasparenza totale costringe la politica a una caducità temporale che rende impossibile programmi a lungo termine".



E perché secondo lei la trasparenza online appiattisce, oltre alla politica, anche la lingua e la cultura?

"Perché la trasparenza è di per sé pornografica. Vuole spogliare qualsiasi cosa, trasformare tutto in informazioni. Per questo non ha niente a che fare con l'arte, cui appartengono il segreto e il nascosto, o con la bellezza".


Bellezza che, invece, online si riduce secondo lei a puro narcisismo, se solo pensiamo ai selfie. Come mai?

"Il mezzo digitale incarna autorappresentazione e autoesibizione. Il narcisismo di oggi è sintomo di un abissale e intrinseco vuoto dell'io, in crisi d'identità e sempre più irrequieto. Del resto, nella nostra epoca nulla ha durata e stabilità. E così, questo Io ansiogeno genera la dipendenza dai selfie. Qui non c'entra la vanità. Non abbiamo a che fare con un io stabile e narciso che ama se stesso, bensì con un narcisismo negativo".



Ma non teme di avere una considerazione troppo negativa dei nuovi mezzi digitali? Ci hanno facilitato la vita, oltre a favorire lo scambio di idee e informazioni.

"Il mezzo digitale ha un enorme potenziale di emancipazione. Però, secondo me, sta diventando sempre più uno strumento di sorveglianza. Questo è preoccupante".



Nel suo libro c'è un'immagine sontuosa: dall'"agire" siamo passati a "giocare con le dita". Con gli smartphone, ma paurosamente anche nel lavoro.

"Se con i nuovi mezzi digitali il lavoro diventa sempre più un gioco, il gioco viene a sua volta sfruttato per aumentare sempre più efficienza e produttività. Ma c'è di più: in questo contesto, il lavoro diventa totalizzante. E, visto che siamo sempre raggiungibili, esclude assolutamente l'ozio e il tempo libero. Contempla solo una pausa. Che però è un prodotto stesso del lavoro. Il tempo libero è ben altra cosa".



E allora cos'è oggi la libertà?

"Il potere alla base del neoliberismo non è repressivo, ma ammaliante. E soprattutto, a differenza del passato, invisibile. Quindi non c'è un nemico concreto che limita la nostra libertà. Le figure di lavoratore sfruttato e libero imprenditore spesso coincidono. Ognuno è padrone e servo di se stesso. Anche la lotta di classe è diventata una lotta contro se stessi. Il neoliberismo fa sì che la libertà si esaurisca da sola: la società della prestazione prepone la produttività alla repressione proprio grazie a un eccesso di libertà, che viene sfruttata in tutte le sue forme ed espressioni, dalle emozioni alla comunicazione. Oggi la libertà è una costrizione. Il compito del futuro sarà proprio quello di trovare una nuova libertà ".




I PERSUASORI OCCULTI



"L'eros riguarda l'altro

Viviamo nell' "Inferno dell’uguale", dove l’altro funge solo da specchio del nostro narcisismo

È in corso una razionalizzazione dell’amore; c’è troppa offerta; e soprattutto siamo tutti concentrati su noi stessi. Pronti a sprofondare nella depressione.

"Il soggetto narcisistico-depressivo è esaurito e logorato da se stesso". 

Concentrato sul proprio ombelico (triste) è impossibilitato ad amare. E a godere.
Una società "ad altissima intensità acustica, con una crescente massa di informazioni" ma che non si misura con la negatività, che non prevede alterità. 

"Il sesso è una prestazione. Il corpo non può essere amato ma solo consumato... L’amore non è più una trama, una narrazione, un dramma". 

È una merce come un'altra. 

"Eros in agonia" di Byung-Chul Han: troppo narcisi per godere l'eros 12 maggio 2013

ADDICTED TO SELFIE Narcisismo Digitale e Auto-Oggettificazione 5 MARZO 2015

For the philosophy professor at Berlin’s Universität der Künste, political actions are related to Eros because they recognize the common desire of another life form. The secret link between Eros and politics is political action, Arendt’s quintessential concept.
Eros, the love for the world, is marked by vitality, conviction, and courage, compelling us us to be the protagonists in our own personal and political lives. It similarly eliminates the idea of being the subject, and makes us all active participants, creators, and managers. It opens us up to new events, ruptures, transformation, and disruption — which lead to a new way of being.
It is fundamentally located in a world of freedom, where we recognize the radical plurality and diversity of people. Love allows us to see the world from “another perspective,” as it materializes between free, equal people.
Eros mirrors Adam Smith’s ideas of empathy, compelling us to move beyond narrow self-interest. “Eros addresses the other with empathy, which can not be achieved under the regime of the self,” writes Han. To love through Eros is to embrace otherness, difference, and heterogeneity.
Actions driven by compassion for the other can “only produce beautiful actions,” which could save us from the “hell of sameness” and the stale politics that dominate debates at the national and international level the world over. 
"How user participation transforms cultural production“ is one of the main questions in Mirko Tobias Schäfer’s book "Bastard Culture". 
Participation has become a key concept and is used to frame emerging media practices. It considers transformation of former audiences into active participants and agents of cultural production. Schäfer describes the consequences of user participation as an extension of the cultural industries. The interactions between users and corporations, and the connectivity between markets and media practices, are inherently intertwined and constitute something he brashly dubbed “bastard culture” to indicate how the most heterogeneous participants and practices are blended together. 
It’s this practice of „blending together“ that constitutes our hybrid formats. We are questioning aspects of public space, participation and its rules, as well as practices of embodiment and connectivity – refering to the immense production of personal imagery and subsequent aspects of surveillance
In the course of new developments in computing, robotic and artificial intelligence, and the development of the internet in the late 80ies and early 90ies – research of swarm intelligence became of interest. Swarm intelligence (SI) is the collective behavior of decentralized, self-organized systems, natural or artificial. The concept is employed in work on artificial intelligence. The expression was introduced by Gerardo Beni and Jing Wang in 1989, in the context of cellular robotic systems. Parallel to this the swarm became established as a paradigm in analysis of social and cultural sciences, and in the public domain phenomenons as smart mobs appeared. 
Philosopher Byung Chul Han critically reflects the impact of „digital swarms“ in the  public domain – in the internet as well as physically (shitstorm). 
«I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. In realtà questa poltiglia di informazione amorfa rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.
I social media stanno indebolendo e frammentando la nostra identità: non creano affatto una nuova era di comunità e di uguaglianza tra gli esseri umani, ma al contrario ci disorientano e ci dividono.
"Once the Internet changed the world; now the world is changing the Internet."
i blog assistono gli utenti nel loro passaggio dalla Verità al Niente. Il messaggio stampato e teletrasmesso ha perso la propria aura. Le notizie vengono consumate come un prodotto con valore di intrattenimento.
Social networking, a staple of modern life, is becoming increasingly detrimental to our lives. Shifts in communication, identity, and privacy are affecting us more than we realize or understand. An invasion of our lives that is as pervasive as government spying.
The technological advances of the 20th century and, in particular, the internet have played a key role in the increase of information pollution. Blogs, social networks, personal websites and mobile technology all contribute to increased “noise” levels... 
VIRTUAL FREEDOM 

"The individual becomes the genitals of capital"

Marx defines the freedom of successful relations to others: "First in the community (with others), every individual has the means for developing his talents in every respect. Thus personal freedom is first possible in community." 
Being free means being realized together. Freedom is a synonym for successful community. 


For Marx, individual freedom represents a trick, a deceit of capital. "Free competition" based on the idea of individual freedom is not only "the relation of capital to itself." Capital pursues its propagation... While people compete freely with each other, capital multiplies. Individual freedom is a bondage insofar as it is monopolized by capital for its own multiplication. Thus capital exploits the freedom of the individual to reproduce. "Capital is set free in free competition, not individuals." 


The freedom of capital is realized by means of individual freedom. Thus the free individual is degraded to the genitals of capital. Individual freedom gives capital an "automatic" subjectivity that drives to active reproduction. 
The individual freedom that takes an oppressive form today is ultimately nothing but the excess of capital itself. 
Neoliberalism as a mutation form of capitalism forms an entrepreneur out of a worker. Neoliberalism does away with the foreign-exploited working class, not the communist revolution. Everyone is a self-exploiting employee of his own business. Everyone is master and servant in one person. The class struggle also changes into an inner struggle with oneself. 
The solitude of the isolated entrepreneur fighting with himself and spontaneously exploiting himself constitutes the current production method, not the cooperating "multitude" elevated by Antonio Negri to the post-Marxist successor of the proletariat. This Marxist schema stressed by Negri will prove to be an illusion again. 
No proletariat and no working class exploited by owners of the means of production really exist in the neoliberal regime. In immaterial production, everyone possesses his or her means of production. The neoliberal system is not a class system in the literal sense any more. Classes relating antagonistically to one another do not exist. That accounts for the stability of this system. 
The proletariat is literally anyone who only has his or her children as the sole possession. His self-production is limited to biological reproduction. Today the illusion is spreading that everyone as a freely designed project is capable of boundless self-production. The "dictatorship of the proletariat" is structurally impossible today. Everyone is ruled by a dictatorship of capital today. 
The neoliberal regime changes foreign-exploitation into self-exploitation affecting all "classes." This classless self-exploitation is completely alien to Marx since it makes impossible the social revolution that rests on the distinction between exploiters and exploited. Because of the isolation of self-exploiting performance-subjects, no political we forms that would be capable of common action
Whoever fails in the neoliberal performance society blames himself and is ashamed instead of putting the society or the system in question. The special intelligence of the neoliberal regime is manifest here that allows no resistance against the system to arise. In the neoliberal regime of self-exploitation, aggression is directed against oneself. This auto-aggressivity makes the exploited into a depressive, not into a revolutionary. 
Today we work for capital and no longer for our own needs. Capital produces its own need that we wrongly see as our own need. It represents a new transcendence, a new form of subjectivization. We are hurled out of the immanence plane of life where life refers to itself instead of being subjected to an external goal. 
Emancipation from the transcendent system with religiously established premises characterizes modern politics. A politics with a complete politization of society is first possible in the modern age where transcendent resources of justification have no authority any more. Norms of action become freely negotiable. Transcendence gives way to socially immanent discourse. So society can re-establish itself in getting out of its immanence. But this freedom is abandoned again in the moment when capital rises to a new transcendence as a new master. Politics falls again into a bondage. Politics becomes a henchman or accomplice of capital. 
THE NEOLIBERAL SYSTEM. WHY NO REVOLUTION IS POSSIBLE TODAY 
Why is the neoliberal system so stable? Why is there hardly any resistance - despite an ever-greater gulf between rich and poor? 
Whoever wants to install a new rule system must do away with resistance. That is also true for the neoliberal rule system. To start a new rule system, an establishing power is necessary that often uses force. However this establishing power is not identical with the power inwardly stabilizing the system. Margaret Thatcher as a champion of neoliberalism treated unions as an "internal enemy" and fought them with force. A forceful incursion to enforce the neoliberal agenda is not a system-maintaining power. 
THE SYSTEM-MAINTAINING POWER IS SEDUCTIVE AND NO LONGER REPRESSIVE 
The system-maintaining power of the disciplinary- and industrial society was repressive. Factory workers were brutally exploited by factory owners. The violent foreign exploitation of factory workers led to resistance and protests. A revolution that would overthrow the dominant production relations was possible then. In this repressive system, both the oppression and the oppressor are visible. There is a concrete counterpart, a visible enemy, engendering resistance. 
The neoliberal system is structured very differently. Here the system-maintaining power is seductive and no longer repressive. It is no longer as visible as in the disciplinary regime. There is no concrete opposite any more, no enemy who represses freedom and against whom a resistance would be possible. 
Neoliberalism forms a free entrepreneur out of the oppressed worker, an entrepreneur of himself. Everyone is a self-exploited worker of his own enterprise. Everyone is master and servant in one person. The class struggle is also changed into an inner struggle with oneself. Whoever falls today accuses himself and is ashamed. One problematicizes oneself instead of society. 
THE SUBJUGATED SUBJECT IS NOT CONSCIOUS OF HIS SUBJUGATION 
That disciplinary power that forcefully presses people into a corset of commands and prohibitions with great effort is inefficient. The power technology that ensures people submit to the rule context is considerably more efficient. Its special efficiency comes from pleasure and fulfillment, not from prohibitions and withdrawal. Instead of making people pliable, it tries to make them dependent. 

Dipendenza da Internet: gli autoreclusi 13 APRILE 2015

Dipendenza da Smartphone e Social Media La nuova ondata di "tecno-zombie" 2 FEBBRAIO 2015

PORN-ADDICTED CHILDREN 31 MARZO 2015
There was a time when people believed they confronted the state as a system of rule that snatches information from citizens against their will. That time is long past. Today we expose ourselves of our own free will. This freedom makes protests impossible. Unlike the time of the census, we hardly protest against the surveillance. Free self-exposing follows the same efficiency logic as free self-exploitation. Do people protest against themselves? The American conceptual artist Jenny Holzer expressed this paradoxical situation with her truism: "Protect me from what I want." 
Distinguishing between establishing and maintaining power is important. System-maintaining power assumes a smart friendly form and makes itself invisible and unassailable. The subjugated subject is not conscious of his subjugation. He imagines himself in freedom. This technology of rule neutralizes resistance in a very effective way. The rule that represses and attacks freedom is not stable. The neoliberal regime is stable and immunizes itself against all resistance because it uses freedom instead of repressing it. 
There is no cooperating interconnected multitude that could revolt in a global protest- and revolution mass. Rather the solitude of the self-entrepreneur isolated for himself is the current production method. In the past, businesses stood in competition with each other. However a solidarity was possible within the business. Today everyone competes with everyone else, even within a business. This absolute competition enormously increases productivity but destroys solidarity and public spirit. No revolutionary mass can form out of exhausted, depressed and isolated individuals. 
Neoliberalism cannot be explained in a Marxist way. The famous "alienation" of labor does not occur in neoliberalism. Today we rush with euphoria into work up to burnout. The first stage of the burnout syndrome is euphoria. Burnout and revolution are mutually exclusive. So it is an error to believe the multitude casts out the parasitic empire and installs a communist society. 

UNACCOUNTABLE Shadow Elite and the New Corruption APRIL 21, 2015
THE ECONOMY OF SHARING LEADS TO A TOTAL COMMERCIALIZATION OF LIFE 
What does communism mean today? Sharing and community are invoked everywhere. The sharing-economy should replace the economy of ownership and possession. "Sharing is caring" and "sharing is healing" are maxims of the "circler" in the new novel by Dave Eggers "The Circle." The cobble stones on the way to the headquarters of the firm Circle are filled with sayings like "Seek community" and "Be active." Caring is killing, it should really say. The digital carpooling service "Wunder Car" that makes each of us into a taxi driver advertises with the idea of community. However it is an error to believe the sharing-economy as Jeremy Rifkin claims in his latest book "The Zero Marginal Cost Society" is the end of capitalism ringing in a global community-oriented society where sharing is more important than owning. On the contrary, the sharing-economy ultimately leads to a total commercialization of life. 
The change from possession to "access" celebrated by Jeremy Rifkin does not liberate us from capitalism. Whoever has no money has no access to sharing. Even in the age of access, we still live in a "Bannoptikum" where those without money are excluded
"Airbrb," the community market place that changes every house into a hotel even economizes hospitality. The ideology of community or the collaborative commons is seductive. No non-instrumental friendliness is possible any more. Friendliness is commercialized in a society of mutual valuation. One is friendly to get better valuations. The harsh logic of capitalism prevails even in the middle of the collaborative economy. In this beautiful "sharing," no one paradoxically gives away anything voluntarily. Capitalism is completed in the moment when communism is sold as a good. Communism as a good is the end of revolution

DEMOCRATURA Storia della Democrazia Diretta 2 APRIL 6, 2015
IL NUOVO SPIRITO DEL CAPITALISMO

La nuova economia parla il linguaggio anglofono della flexibility, della competitiveness, e più recente della sharing economy. La nuova narrazione liberista inventa un sistema ideologico complesso e raffinato che relega le vecchie forme del lavoro, stabili e protette, nel reame della noia e alle quali contrappone le eccitanti innovazioni “smart” del capitalismo globalizzato

Peccato che proprio dietro queste presunte nuove frontiere delle liberazione si nascondano condizioni lavorative decisamente deteriorate e la revoca dei più basilari dei diritti in un contesto di proliferazione dello sfruttamento e di crescita delle disuguaglianze.

American Nightmare: Millions of Children in Poverty APRIL 16, 2015



Condivisione, mutualismo, sharing, consumo collaborativo semanticamente non troppo diversi dai concetti di collettivizzazione e cooperazione, ampiamente usati nel vocabolario della sinistra, sono tutti elementi portanti del nuovo capitalismo globalizzato. Questa constatazione, pone necessariamente una domanda: come è possibile che valori solidaristici tradizionalmente attribuiti ai detrattori del capitale siano stati inglobati dentro una retorica liberista per sua natura individualista e competitiva?

La grande riconfigurazione del capitale su scala globale fondata sulle multinazionali e sul modello della produzione flessibile che ha segnato il passaggio a una economia della flessibilità e della rete, è stata l’esito della volontà delle elite liberiste di disfarsi del Welfare State per recuperare margini di profitto e produttività ma è anche risultata ideologicamente efficace grazie allo sfruttamento e alla falsificazione di certi valori che i movimenti antagonisti all’economia di mercato avevano partorito già a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Difficilmente infatti, si sarebbero potute imporre tali misure così lesive dei diritti e del tenore di vita dei lavoratori, se la riorganizzazione capitalista non fosse stata accompagnata da una narrazione seduttiva dei cambiamenti in corso. 

Con una fortunata espressione del sociologo francese Luc Boltanski, si può infatti leggere questo fenomeno come la capacità del capitale di inglobare la sua critica. 

Dato il suo carattere fluido ed elastico, infatti, il capitalismo è sempre riuscito a inventarsi nuove modalità per l’accumulazione e il profitto, non ultima quelle di impiegare energie morali e normative esterne o persino apparentemente opposte ad esso. Ciò non significa affermarne la sua perennità ma solo rimarcane la sua capacità di adattamento. 

Il capitale ha la capacità di assimilare alcuni elementi e valori cari alla critica decontestualizzandoli dalla loro formulazione originale per poi inserirli organicamente all’interno dei meccanismi di funzionamento del capitale, che continuano a essere orientati all’accumulazione e alla ricerca del profitto. 

Non sempre questo meccanismo funziona, ma recentemente, anche a causa di una critica disarmata e poco innovativa, la capacità di assorbimento è piuttosto efficace. 

Su Il Nuovo Spirito del Capitalismo Boltanski e Chiapello notano come sia i valori del movimento operaio e socialista prima, che quelli della contestazione giovanile “sessantottina” poi, siano stati spesso utilizzati dal capitale, in maniera deformata, nel tentativo di creare consenso attorno ai loro piani di frammentazione della classe lavoratrice, di smantellamento dei diritti e di precarizzazione.

Se fra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta autenticità, diritti civili, autonomia e antiautoritarismo, erano le parole d’ordine di una critica controculturale profondamente a disagio all’interno del modello familiare, paternalistico, monotono e rigido tipico delle società di mercato del dopoguerra, così la nuova narrazione del capitale degli anni ottanta, si caratterizza per generare entusiasmo nei confronti delle trasformazioni tecnologiche e sociali che aprono il locale al mondo, in direzione di una società più liberale e tollerante e che moltiplica le possibilità di autorealizzazione.

Nel suo storytelling, il capitale, trionfalisticamente, può affermare la polverizzazione della verticalità nei rapporti lavorativi, l’emergere di un management democratico e l’integrazione dei dipendenti nel decision-making aziendale. La disumana catena di montaggio fordista, in quest’ottica, è sostituita dalla pluralizzazione delle funzioni che un singolo lavoratore deve interpretare creativamente e assumendosi le sue responsabilità anche se, a ben vedere, quest’ ultimo è sempre più isolato e debole nei confronti dei ricatti del datore di lavoro.

Negli ultimi anni, la narrazione capitalista è risultata ancora più efficace poiché ha aggiunto a questa ideologia della flessibilità quella della condivisione. Concetto tanto caro sia alla critica “sociale” e operaia che fa della cooperazione e della collettivizzazione due concetti chiave del suo progetto politico, quanto a quella “artistica” dei movimenti controculturali che invece invocano il comunitarismo come forma di autentica liberazione dei meccanismi della razionalità strumentale, la condivisione è ormai un termine ampiamente colonizzato dall’ideologia del mercato che ne ha fatto l’emblema di una modalità di fruizione dei servizi fondata sulla scarsa trasparenza e sulla deregolamentazione lavorativa.





Pur nella loro varietà e diversità, le varie modalità e tipologie di sharing, lungi dall’essere il risultato del libero desiderio di formare genuine forme di aggregazione, o di una nuova concezione di socializzazione avulsa dalla logica di mercato, tendono in realtà a costituirsi come processi mediati da imprese che fanno di questi servizi basati sulla rete, un modo rapido per fare profitto, sfruttando la capacità di queste nuove forme di organizzazione economica di scavalcare la giurisdizione statale, in particolare in termini di sicurezza e tassazione (vedi il caso Uber).

Il concetto progressista dell’open source, ripreso dalla sfera informatica, anch’esso nato in ambito critico, ma ben presto colonizzato dal capitale, si è oggi trasformato in un modo di rappresentare l’economia come fondato sul mutualismo e sull’utilizzo paritario e libero di mezzi e servizi, nascondendo però il fatto che la proprietà, intellettuale e/o dei mezzi di produzione, lungi dall’essere scomparsa, è sempre in possesso di una elite imprenditoriale che anzi, mai come in questo frangente, fonda il suo successo su rapporti economici di sfruttamento.

Anche quando i metodi peer to peer sembrano scavalcare l’impresa, mettendo in contatto diretto i cittadini, come nel caso dello scambio o compravendita di abiti usati, in realtà il modello, di per sé, riproduce le logiche capitaliste perché mobilita gli individui come attori prettamente economici: non esiste una comunità di uguali ma sempre e comunque un rapporto, una transazione in cui gli attori assumono il ruolo o di piccoli imprenditori oppure di consumatori. In questo modo, ognuno tende ad assimilare le logiche del mercato e del profitto non solo quando sta lavorando, ma anche quando utilizza questi servizi. Lavoriamo per il capitale anche nel tempo libero.

Infine occorre rimarcare un’ulteriore forma di assorbimento della critica, quella fondata sul concetto progressista di fiducia e tradizionalmente legata a una visione non economicista dell’essere umano. L’idea che la sharing economy sia legata alla fiducia, in quanto mette in contatto persone che non si conoscono se non superficialmente sulla rete, è una invenzione ideologica che nasconde i veri motivi per i quali si realizzano la maggior parte delle forme di rapporto nella galassia social: avere un tornaconto

Nessuno nega l’utilità di certe forme di sharing come Bla Bla Car o Couchsurfing, che permettono un’ottimizzazione delle risorse per tutti gli attori in gioco, ma concepire questa innovazione tecnologica come un cambiamento nel modo di intendere l’organizzazione economica è un errore che deve essere evitato. Nello sharing, i rapporti di potere non sono diversi da quelli di forme più tradizionali di fare impresa.

Nel caso ad esempio della celebre compagnia di taxi-sharing Uber, nella sua versione “POP”, chi offre il servizio è un tassista occasionale alla ricerca di guadagno che utilizza la propria auto per trasportare il cliente anch’esso spinto a scegliere il servizio per un calcolo economico di convenienza. Sempre dietro il presunto legame umano di condivisione e di cooperazione si nasconde invece un rapporto economico che lega insieme il lavoratore autonomo precario, senza diritti e sottopagato, con il consumatore che, a caccia dell’ultima offerta, in condizioni di assenza di garanzie, mette a rischio la sua incolumità per appagare una necessità di risparmio.

Strappati dal loro contesto originario, i valori critici della condivisione e della cooperazione sono stati assorbiti dentro le logiche capitaliste per perpetuare le condizioni di sfruttamento. 

Cercando di darsi un volto umano e di creare entusiasmo rispetto alle nuove innovazioni socio-economiche, il capitalismo, proprio tramite queste nuove forme di creazione di profitto, si sta espandendo a ritmi vertiginosi: mai come oggi l’individuo è incoraggiato a assumere atteggiamenti imprenditoriali e consumistici in ogni suo momento dell’esistenza. Mobilitato da principi di apertura e condivisione, in realtà viene pienamente inserito in un sistema che fa di ogni ambito della vita un questione di calcolo utilitaristico fra costi e benefici. Certe forme di sharing possono risultare anche utili e vantaggiose, ma l’utilità e il vantaggio non vanno confusi con le vere forme autentiche e pure di relazione e comunanza.

Sharing Economy: come il capitale assorbe la sua critica Alessandro Zabban 10/03/2015



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