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60,000 rapes carried out by UN staff

A WHISTLE blower has claimed UN staff could have carried out 60,000 rapes in the last decade as aid workers indulge in sex abuse unchec...

Wednesday, July 22, 2015

LA FINE DELLA SOVRANITA' Storia della Democrazia Diretta 3



Le conseguenze di cinque anni di crisi sulla Grecia sono incalcolabili, scrive il settimanale tedesco “Die Zeit”: i negozi sono vuoti, le mense dei poveri piene e il numero dei senza tetto è raddoppiato. 

Non solo in Grecia, ma in molti Stati dell’eurozona c’è una povertà dilagante”, scrive l’economista Zsolt Darvas in uno studio condotto lo scorso autunno per conto del think tank di Bruxelles Bruegel.

Secondo lo studio, circa il 9% della popolazione europea vive sotto la soglia di povertà: la povertà è cresciuta soprattutto nei paesi che dopo il 2008 sono stati colpiti dalla crisi dei debiti o che hanno ricevuto aiuti finanziari da parte dei loro partner comunitari.

In Spagna attualmente sono 2,8 milioni le persone che vivono sotto la soglia di povertà, 1 milione in più rispetto al 2008.

In Italia il numero dei poveri è salito addirittura di tre milioni e in Grecia, durante i sette anni di crisi, è quasi raddoppiato: più del 20% dei greci vive attualmente in stato di povertà.

ISTAT: NEL 2014 OLTRE 4 MILIONI DI ITALIANI IN POVERTÀ ASSOLUTA  15 luglio 2015 

“Sussiste il pericolo reale che in Europa si crei un divario permanente tra un Nord ricco e un Sud povero”, scrive Darvas. Ma le differenze negli standard di vita esistevano all’interno dell’Unione Europea già prima della crisi dell’euro.

Nel 2006 il Pil pro capite in Grecia era di 19600 euro, in Portogallo di 15800 euro e in Germania di 29 mila euro. A quel tempo tuttavia, sembrava che le differenze andassero via via diminuendo. “C’era un costante processo di adeguamento perché le economie nazionali in molti paesi del Sud Europa crescevano più velocemente che al Nord”, spiega Fabian Lindner, economista dell’Istituto di macroeconomica e ricerca congiunturale (Imk) della Fondazione Hans-Boeckler, “la crisi a cui l’euro non era preparato ha fermato questo processo e favorito un’inversione di rotta: le disparità sono sempre più grandi e sempre più insostenibili”.

Di fatto, l’euro ha prodotto povertà diffusa e divaricazione netta tra il nord e il sud dell’eurozona. Sono effetti perversi ed esattamente all’opposto degli obbiettivi che si erano dati i paesi che avevano deciso di aderire alla valuta unica auropea. Ora, fa notare il settimanale tedesco, come sarà possibile uscire dalla trappola in cui è caduta l’Europa?

Die Zeit non lo dice esplicitamente, ma l’unica soluzione sensata è porre fine all’euro in modo ordinato, prima che l’euro distrugga ciò che ancora resta dell’economia europea.

Austerity's children becoming Europe's "lost generation" Feb 14, 2013


La Troika ha messo la Grecia con le spalle al muro usando il ricatto finanziario

Circa una settimana dopo il referendum greco, che aveva suscitato speranze in un possibile cambiamento dei rapporti di forza all’interno dell’Eurozona, tutto è tornato come prima. 

Al pesciolino Tsipras e alla sua Grecia (meno del 2% del Pil complessivo dell’area Euro) sarà concessa un pochino d’acqua in più in modo che, per qualche  mese, non assisteremo alla triste scena di anziani che dopo una vita di lavoro devono, sotto il sole, aspettare ore per ricevere la paghetta da Mario Draghi

L’immagine è proprio quella di tanti pesci a cui viene tolta l’acqua e si dimenano sofferenti cercando di respirare. Ma se il livello dell’acqua per un poco salirà, il problema principale è che l’acquario è sempre lo stesso. Un acquario in cui non ci sono vetri di separazione e di conseguenza il pesce grande azzanna quello piccolo.

Dopo più di un decennio d’esperienza, legando economie di peso diverso a un cambio fisso, accade che quelle forti diventano esportatrici e creditrici e quelle deboli importatrici e debitrici. Allora si potrà azzerare anche il debito greco, ma se non si cambia la causa, tutto tornerà come prima. 

Come ha spiegato l’economista inglese Kenneth Boulding*: “Con l’euro è stato come mettere su di un ring un peso massimo come Cassius Clay contro un peso piuma dilettante”, è come se, in questi anni, ci si fosse impegnati solo a tamponare gli zigomi sanguinanti della Grecia, senza fermare i pugni di chi la colpiva. Il dramma è che in questo incontro di boxe non è possibile nemmeno gettare la spugna: i trattati non lo prevedono.

E allora? Allora ci vorrebbe coraggio, un coraggio che Tsipras non ha avuto. Raggirando il desiderio di cambiamento scaturito dal referendum. 

Una frase di un militante comunista greco che La Repubblica ha riportato, spiega ciò è accaduto: “Se questo accordo lo avesse proposto l’ex premier Antonis Samaras adesso qui ci sarebbe Tsipras a fare da capopopolo, invece lo vedete? Lui sta lì dentro. A fare le stesse cose di chi c’era prima”.

La storia si ripete: invece di cambiare il Sistema ci si fa cambiare da esso

La colpa a mio avviso non è di Tsipars, ma di coloro che gli avevano cucito addosso un vestito non calzante alla sua statura politica. Tsipras (che mai ha dichiarato di voler uscire dall’euro) ingenuamente pensava di convertire i fautori dell’austerity in marxisti; ignorando che in Europa si sta consumando una guerra tra due dottrine: quella neoliberista e quella keynesiana. Una guerra che i neoliberisti stanno stravincendo imponendo anche nel vecchio continente, un pensiero unico che ha permesso la sostituzione della democrazia in plutocrazia.

Come ha affermato il filosofo tedesco Jurgen Habermas: “In Europa la democrazia è soltanto di facciata”. E il referendum greco n’è una prova. 

Del resto cosa è servito far votare se Tsipras poi ha proposto tagli, tasse e riforme ancor più dolorose di quelle che i greci avevano bocciato con il referendum? In questi giorni più volte mi è tornato alla mente un aforisma di Mark Twain: “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”.

Come più volte ha ben spiegato Alberto Bagnai è solo questione di tempo e nuovamente si ripresenteranno i sintomi dato che non si ha la volontà di curare le cause.

Le “vittorie” di Tsipras sono fatte di parole ed etichette. Il suo popolo resterà nell’austerity, quell’austerity che è sinonimo di neoliberismo e l’euro non è altro che il trionfo del neoliberismo, il che significa che per la proprietà transitiva austerity è uguale ad euro.

* L’economista a cui mi riferisco in realtà è belga e si chiama Éric Toissent

Grecia: ha vinto la Troika Gianluca Ferrara 13 luglio 2015

Il grande successo dell’euro”: così Mario Monti nel 2011 definiva la Grecia, all'epoca già colpita da una grave crisi economica e sottoposta a programmi di austerità che non davano segni di efficacia.

E in effetti i greci nel film raccontano di una nazione relativamente prospera che retrocede a paese in via di sviluppo. Con il sistema sanitario nazionale ora precluso a un terzo della popolazione e una distruzione di ricchezza mai vista in tempo di pace, la sicurezza di un pasto diventa il primo obiettivo per una gran parte della popolazione.

L'avvento dell'euro rese improvvisamente la Grecia il paradiso dei prestiti, mentre oggi la realtà parla di pignoramenti impietosi. Non c'è il tempo di rendersi conto delle difficoltà inattese, che la rete del welfare già sparisce. Si organizzano mense di strada e il numero dei senzatetto aumenta. 

"Non può accadere per caso" - commentano medici e pazienti - che uno stato europeo lasci i suoi malati senza farmaci salvavita. Conseguenza assurdamente emblematica di un'austerità imposta per salvare la Grecia, che invece scatta come una trappola, letteralmente, mortale. Attivisti e politici di opposizione faticano a delineare il quadro complessivo e quindi un'efficace exit-strategy dalla recessione.

Nel tentativo di dare ai greci - e a noi - le risposte che mancano, parlano alcuni studiosi. Alberto Bagnai e Vladimiro Giacché descrivono l'euro come uno strumento che ha fatto saltare i delicati equilibri europei a tutto vantaggio degli investitori internazionali e dei sistemi industriali nazionali che già erano più forti. 

Alcuni dati sono paradossali: la Grecia, forte nell'agro-alimentare, negli anni dell'euro diventa importatore netto dalla Germania nel settore. Il collasso appare innescato dal debito privato e non da quello pubblico, come solitamente si crede. 

"La gestione della crisi riflette un approccio ideologico", premette Bagnai, citando a conferma il vice-presidente della Bce, il quale, proprio ad Atene, ammise il fallimento delle teorie economiche applicate all'eurozona. 

I buoni livelli di giustizia sociale raggiunti nel '900 ora vengono spazzati da un nuovo paradigma, secondo l'antropologo Panagiotis Grigoriou

Alla fine l'espressione di Monti, così stridente, appare in una luce diversa: l'euro è un successo per pochi. Resta da prendere atto del fallimento dell'euro, guardando alle vie d'uscita.

http://www.ilpiugrandesuccessodelleuro.it/

FASCISM INC. How the IMF Destroyed Greece MAY 25, 2014

CATASTROIKA Case al buio e aumento dei suicidi Crisi Umanitaria in Grecia FEBRUARY 23, 2015


Come siamo arrivati alla crisi economica globale ? Come siamo arrivati a perdere potere d'acquisto ? Come siamo arrivati ad essere spremuti come limoni da Stati europei che hanno, conseguentemente, ridotto drasticamente il welfare, i servizi pubblici e privatizzato indiscriminatamente ? Come siamo arrivati, dunque, a perdere la nostra sovranità nazionale in favore di un'economia globalizzata, governata da lobby, multinazionali e sistema bancario ? 

Alain De Benoist, scrittore, filosofo ed intellettuale francese dei nostri giorni ce lo spiega in un bellissimo ed agile saggio pubblicato in Italia da Arianna Editrice con introduzione di Eduardo Zarelli e dal significativo titolo: “La fine della sovranità – Come la dittatura del denaro toglie potere ai popoli”.
De Benoist ci spiega che la fine del mondo è avvenuta. Pressoché senza che ce ne rendessimo conto, spalmata su più decenni. Nel “vecchio mondo” i bambini sapevano leggere e scrivere, venivano ammirati gli eroi e non le vittime, la politica non era ancora al servizio dell'economia e vi erano frontiere che garantivano ai popoli di vivere tranquillamente, all'interno di una società che conoscevano. 

Il “nuovo mondo”, diversamente, ha spazzato via tutto. È diventato liquido, in nome dell'ideologia del danaro, del capitalismo, del libero-scambismo, dell'ideologia del desiderio - ovvero dell'egoismo - e, nei fatti, ha reso schiavi i popoli e li ha omologati. 

Un mondo osannato sia da quella che De Benoist definisce la “destra finanziaria” che dalla “sinistra multiculturale”, che si regge su quella che è definita la governance, ovvero una sorta di cesarismo finanziario che governa i popoli tenendoli in disparte rispetto a qualsiasi decisione democratica e civile.
È così che, l'Europa, sotto la spinta delle politiche di austerità, sta scivolando nella recessione, con un costante aumento della disoccupazione e l'altrettanto costante smantellamento dei servizi pubblici ed il conseguente crollo del potere d'acquisto delle persone, che, sempre più, stanno scivolando nella povertà. 

Alain De Benoist, profondo critico del capitalismo, spiega nel suo saggio come un tempo l'internazionalizzazione degli scambi commerciali non ha mai implicato l'integrazione delle diverse comunità umane in un'unica società di mercato. Le merci potevano circolare liberamente, ma ciò non ha mai impedito ai singoli Stati di esistere.
Attualmente, invece, assistiamo sia all'esportazione di capitali attraverso investimenti all'estero, sia al fenomeno della delocalizzazione delle imprese, che sfruttano manodopera a basso costo in Paesi ove è più conveniente reperirla - o che magari hanno legislazioni meno restrittive in materia ambientale - causando pertanto disoccupazione ove la manodopera è ritenuta più costosa e danni all'ambiente e all'ecosistema. Il capitalismo speculativo e finanziario, dunque, ha preso il posto del capitalismo industriale e di mercato e pertanto, siamo completamente sottomessi alla logica del profitto e l'economia, di fatto, governa sulla politica e sui cittadini.
La globalizzazione o, come la definisce De Benoist, la mondializzazione, volendo integrare il mercato locale in un grande mercato planetario, ha soppresso ogni misura protezionistica, a tutto svantaggio, peraltro, delle colture e dei prodotti tipici locali, impoverendone i produttori e costringendoli a chiudere le loro imprese. 

La globalizzazione, dunque, il cui processo è diventato inarrestabile nel corso degli anni '80 e '90, non consiste più tanto in scambi commerciali, quanto piuttosto nella circolazione mondiale dei capitali. Il reddito finanziario diventa così ben più importante rispetto alla funzione produttiva e così i mercati si distaccano totalmente dalla produzione reale di beni e servizi e, come spiega ottimamente De Benoist, l'impennata dei dividendi degli azionisti in borsa impone che i salari dei lavoratori diminuiscano, pur in presenza di un'elevata produttività del lavoro.

I veri perdenti della globalizzazione, dunque, sono i cittadini. Sino a qualche decennio fa la politica degli Stati si fondava su tre pilastri: sovranità economica, sovranità militare e sovranità culturale. Oggi non è decisamente più così.
I sostenitori della globalizzazione e del capitalismo hanno trovato il sistema per porre gli Stati al loro servizio attraverso l'indebitamento dei medesimi con il sistema bancario privato e, a loro volta, gli Stati si sono messi al servizio dei mercati finanziari e delle agenzie di valutazione, al fine di rendersi più “appetibili” nei confronti degli investitori privati. 

È così che la gran parte degli Stati europei, dagli Anni '90, ha iniziato un'attività di privatizzazione selvaggia, indiscriminata e spesso di svendita e di regalìa. I mercati, poi, sono stati ulteriormente deregolamentati ed il welfare state è stato ridotto all'osso, così come sono stati ridotti all'osso i bilanci di scuola, ricerca e santità e la legislazione sul lavoro è stata resa sempre più flessibile, ad uso e consumo del capitale e dell'oligarchia finanziaria.
La scuola, come scrive De Benoist nel suo saggio, è stata trasformata – da luogo di cultura e formazione – in luogo di prestazione di servizi e anticamera del lavoro. Conseguentemente gli Stati hanno iniziato a rinunciare alla loro sovranità giuridica affidandosi ad organismi internazionali; alla loro sovranità finanziaria affidandosi, come già detto, alle banche private ed infine hanno rinunciato alla loro sovranità di bilancio affidandosi alla Commissione europea, oggi Unione europea. Diversamente da quanto sostenuto dai neo-liberali e dai capitalisti, l'arricchimento da parte di tutti i Paesi, la riduzione delle ineguaglianze e l'arricchimento di tutte le economie non c'è stato. Anzi.
La povertà, l'ineguaglianza e l'esclusione sociale è aumentata a dismisura e oggi il 10% delle persone controlla controlla l'85% delle ricchezze mondiali
L'esperienza dimostra, infatti, che è un'elevata protezione sociale e non politiche di austerità che favoriscono l'espansione economica. Ovvero l'esatto opposto di quanto sta avvenendo ora nella quasi totalità degli Stati d'Europa. 

Venendo alla questione del debito pubblico, Alain De Benoist dedica un'intero capitolo alla questione. Innanzitutto ci spiega a chi dobbiamo pagare questo debito, ovvero alle banche private, alle assicurazioni, ai mercati finanziari ed ai fondi pensionistici. Gli istituti finanziari, poi, a loro volta, scambiano il debito che hanno “acquistato” in prodotti finanziari per poter speculare a loro volta sui mercati.
Il debito di ogni Stato europeo è, pertanto, in mano ad azionisti privati stranieri. 

Come se non bastasse gli Stati europei, fra il 2008 ed il 2009, hanno malauguratamente deciso di salvare le banche dal fallimento e, pertanto, hanno dovuto a loro volta contrarre prestiti sui mercati finanziari, aumentando così il loro già elevato debito pubblico ! Come se non bastasse, le banche salvate, si sono trovate così creditrici nei confronti dei propri Stati-salvatori. Il cosiddetto “cane che si morde la coda”, insomma.

Fra la fine degli Anni '40 e la metà degli Anni '70, anche le famiglie si sono indebitate a dismisura con le banche private, attraverso l'accensione di mutui per l'acquisto di immobili... sino a che si è giunti al 2007 allorquando le famiglie statunitensi - incapaci di risparmiare - non sono più state in grado di restituire i prestiti che avevano contratto. Ecco l'inizio della crisi globale. Si consideri, poi, che dalla metà degli Anni '70, negli USA, non è stato più possibile convertire le monete in oro e ciò ha favorito la creazione di moneta sostanzialmente virtuale e, dunque, non più legata ad un valore reale.
Per quanto riguarda gli Stati europei possiamo dire che la gran parte dei debiti pubblici si trova nei conti correnti delle banche private, non essendo peraltro possibile alla Banca Centrale Europea prestare danaro agli Stati. Le banche private, invece, possono continuare a chiedere prestiti alla BCE a un tasso ridicolo dell'1%, per poi prestarlo agli Stati ad un tasso che va dal 3,5% al 7%. Un vero imbroglio legalizzato a tutto vantaggio del capitalismo finanziario.

Va da sé, dunque, che il debito pubblico degli Stati - con tanto di interessi - sia impagabile, per quanto gli Stati medesimi ci stiano imponendo assurde, inutili e dannose misure dittatoriali di austerità, con aumenti delle imposte dirette e indirette, con lo smantellamento dei servizi pubblici, con riduzioni del bilancio di settori chiave dell'economia nazionale, con politiche di flessibilità del lavoro.
L'effetto, dunque, è che la crisi economica, anziché arrestarsi, finisce per aggravarsi ogni giorno di più, con conseguente disoccupazione, perdita del potere d'acquisto e suicidi sempre più in aumento. 

Il capitalismo finanziario si sta rivelando la peggiore e più pericolosa delle dittature che l'Europa abbia mai subìto. 

Quali le soluzioni suggerite da Alain De Benoist? La BCE dovrebbe avere la possibilità di prestare danaro agli Stati o, meglio ancora, il debito pubblico andrebbe cancellato, ma ciò sarebbe possibile solo se tutti gli Stati fossero d'accordo nel chiederne la cancellazione. Come se non bastasse, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), istituito nel 2012, stabilisce che ogni Stato membro deve contribuire in ragione del proprio PIL ad aumentare il capitale inizialmente fissato in 80 miliardi di euro, sino ad aumentarlo progressivamente a 700 miliardi di euro e lo Stato contravvenente potrà essere processato dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea. 

Gli Stati dell'UE hanno completamente perduto ogni sovranità e i Parlamenti dei medesimi hanno solo formalmente la possibilità di dibattere sugli orientamenti di bilancio e sulla messa in opera.
Alain De Benoist spiega che l'uscita dall'euro potrebbe essere una soluzione, in quanto permetterebbe la svalutazione delle monete nazionali, ma avrà senso ed efficacia solo se tutti i Paesi decideranno, di concerto, di uscirvi. 

Oltre a tale misura . per uscire dalla dittatura del capitalismo finanziario e dei meccanismi dell'UE - andrebbe applicato un protezionismo europeo e nazionalizzate le banche, socializzando il credito. 

De Benoist mette inoltre in guardia i lettori ed i cittadini tutti di fronte all'istituzione del “Grande Mercato Transatlantico” che di fatto ingloberà l'Europa nel mercato statunitense, con immensi svantaggi per i nostri mercati, le produzioni locali, l'ambiente, i diritti dei lavoratori.
“La fine della sovranità” è dunque un testo di Resistenza. Un saggio per menti pensanti che desiderano resistere ad una nuova dittatura che, questa volta, ha il volto “rassicurante” dello speculatore finanziario, del governatore europeo, del banchiere, del politico che si è fatto corrompere. 

Un testo per chi vuole capire e non vuole farsi inglobare all'interno di un mercato che non ha scelto; da logiche che altri - nei salotti buoni di Bruxelles o di Washington - hanno stabilito per lui.

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L'antica democrazia ateniese fu un esperimento politico unico nella storia: è proprio dalla polis che abbiamo imparato a fare “politica”.

Ad Atene andò in scena il primo esperimento di democrazia diretta, in cui la sovranità è affidata ai singoli cittadini; una democrazia possibile innanzitutto perchè la polis era un territorio indipendente, circoscritto al nucleo cittadino vero e proprio e alla chora, cioè i territori circostanti (l’Attica in questo caso), molto meno vasto della maggior parte dei nostri stati nazionali.

I cittadini ateniesi del V secolo dovevano essere circa 40.000, ma per avere la cittadinanza non era sufficiente - come ai giorni nostri - nascere nel territorio nazionale: i cittadini ateniesi con diritto di voto erano solo i maschi nati liberi da padre e madre ateniese che avessero superato i 18 anni di età. A questo numero andrebbero sommati i meteci (gli stranieri), le donne, i bambini, gli schiavi che non godevano di alcun diritto politico.

Il cittadino ateniese trascorreva quasi tutta la giornata fuori casa (lo spazio in cui invece era confinata la donna), si occupava personalmente degli affari, entrava in contatto con i problemi della città, assisteva o partecipava alle assemblee, si confrontava con i propri concittadini, spesso incontrava i rappresentanti politici di persona, in un rapporto quindi molto più diretto con la gestione della polis (la politica appunto) rispetto ad oggi. 

Ma Atene non nasce certo democratica, anzi: il cammino verso la democrazia fu lento e faticoso, non fu facile strappare gradualmente il potere all’oligarchia aristocratica dei ghene, le famiglie che governavano in base a diritti di nobiltà.

Nel 594 a.C. Solone in qualità di nomoteta fa un primo passo verso la democrazia con una riforma timocratica, dividendo i cittadini in cinque classi di censo che partecipavano  alla vita politica proporzionalmente al reddito; le prime quattro classi godevano di elettorato attivo e passivo, l’ultima, la più indigente, quella dei teti, poteva comunque votare ma non essere eletta. 

Oggi tale criterio appare molto poco democratico, ma ai tempi dava voce in capitolo a coloro che portavano avanti a vari livelli la vita economica della città, soprattutto quelli che avevano accumulato abbastanza ricchezza da non accettare più passivamente le decisioni degli aristoi

Clistene nel 508 a.C. fa un grande passo in avanti introducendo un criterio addirittura “geografico”: 10 tribù non più “nobiliari”, ma composte dagli abitanti della costa, della montagna e della città, un modo per mescolare nella stessa tribù anche interessi economici diversi. Ogni tribù forniva con un sorteggio  i rappresentanti che avrebbero governato nella Bulè (Consiglio dei Cinquecento).

Le riforme democratiche più radicali furono messe in atto da Efialte e soprattutto da Pericle nel 462 a.C.: l’aria di Atene è già impregnata dell’idea di sovranità popolare quando nel 463 a.C. vengono messe in scena le Supplici di Eschilo, grande tragediografo ateniese: le Danaidi, perseguitate dagli Egizi, chiedono asilo a Pelasgo, sovrano di Argo, ma questi, anziché comportarsi come un tyrannos, un monarca assoluto, prima di accogliere una richiesta che potrebbe scatenare una guerra decide di consultare il popolo.

..se la macchia dovesse infettare l’intera comunità, spetterebbe al popolo tutto trovare rimedi.

Perciò io non posso farvi promessa alcuna se prima non mi consulto con tutti i cittadini.

Nonostante l’insistenza del coro delle Danaidi (“..tu che sei magistrato non sottoposto a giudizio”),  Pelasgo dà alla città la completa facoltà di prendere la decisione con un voto espresso dall’assemblea (“Il popolo ha sancito autorevoli decreti”, v.601). 

In questa tragedia compare per la prima volta in forma perifrastica la parola democrazia: demou kratousa cheir, cioè la mano governante del popolo, la mano alzata che esprimeva chiaramente la volontà popolare. Solo dopo l’alzata di mano e la decisione popolare, Pelasgo può annunciare fieramente che non consegnerà le donne alla barbarie del nemico.

I tempi sono dunque maturi per la vera riforma, quella di Pericle, che sancisce il diritto di ogni cittadino, anche il meno abbiente, a fare “politica” grazie al misthòs ecclesiastikòs, una indennità pecuniaria che permette a proletari e salariati di poter perdere intere giornate lavorative per partecipare alle assemblee: l’Eliea, il tribunale popolare; l’Ecclesia, l’assemblea popolare che forniva proposte di legge alla Bulè

Il cittadino Ateniese dunque faceva politica con grande frequenza e in prima persona, come giudice almeno quattro volte al mese, come buleuta anche per un anno intero.

Il voto era espresso dal giudice popolare mettendo un sassolino (pséphos) dentro un’urna scelta tra quella dell’assoluzione e quella della condanna; l’uguaglianza del voto esercitato nell’assemblea era detta isopsefia, dal greco ísos che significa “uguale” e pséphos “sassolino”(del voto). 

L’ateniese che partecipava ad un tribunale popolare (che aveva quasi del tutto soppiantato l’Areopago, il vecchio tribunale aristocratico) doveva essere molto fiero del proprio compito a giudicare da questa testimonianza tratta dalla commedia Le Vespe di Aristofane:

Questo nostro potere di giudicare non cede di fronte a nessuna regalità.

Che felicità, che fortuna possono essere complete come quelle di un giudice? (…)

Non è grande la mia potenza, grande quanto quella di Zeus? 

Una politica dunque intesa come servizio reso alla polis, un servizio prestato alla comunità a costo dell’interruzione dei propri affari e ricompensato da un giusto “obolo”. Non una politica come affare lucroso, ma un impegno a tempo determinato, pagato come un mestiere qualsiasi, un compito portato a termine da qualsiasi cittadino, anche il meno abbiente, anche il meno culturalmente dotato (questa la critica mossa, tra gli altri, dal filosofo Platone). 

Non erano tutte rose e fiori. Vi erano pur sempre i giochi di potere, le invidie, le manovre politiche. Basti pensare alla pratica dell’ostracoforia: meccanismo per cui, durante un’assemblea straordinaria che si svolgeva nell’Agorà cittadina, si incideva il nome dell’imputato su un coccio di ceramica (ostrakon) per deciderne l’esilio; il quorum perché l’ostracismo fosse valido era di 6000 tavolette. Clistene aveva pensato questo meccanismo per scoraggiare tentativi di presa di potere da parte di aspiranti tiranni, ma ben presto la consuetudine di dare credito a qualsiasi denuncia divenne una potente arma contro gli avversari politici, inaugurando un periodo intriso di tensione e sospetto, così che Atene vode il prolificare di sicofanti (denunciatori assoldati a pagamento) e l’ostracismo degenerò in un abuso per fini politici. 

Ad ogni modo, l’introduzione della democrazia fu un evento straordinario, che rese Atene una città unica in tutta la Grecia, una rivoluzione non solo politica ma anche socio-culturale. 

Pensiamo ad esempio al sofista Protagora che, quando arriva ad Atene, trova una città in cui tutti potenzialmente potevano esprimersi nella politica, una città dove sarebbe stata massimamente utile la sua “arte”, quella di insegnare - dietro compenso - le tecniche per saper parlare in assemblea. Come riferisce - non senza la dovuta ironia - Platone nel suo dialogo intitolato Protagora [6], il sofista afferma che tutti i cittadini hanno lo stesso titolo per partecipare ai lavori dell’assemblea e per far parte dei tribunali, perché tutti gli uomini liberi sono uguali e possiedono rispetto e giustizia.

Le fonti del tempo non usano direttamente la parola demokratia per descrivere la loro costituzione, ma si servono di termini come isonomia, uguaglianza di tutti gli uomini liberi davanti alle leggi; isotimia, uguaglianza dei diritti e degli onori per tutti i cittadini; isegoria, libertà di prendere la parola nell’assemblea.

Erodoto, considerato non a torto il padre della storia, in un passo del logos persiano che fa parte della sua monumentale opera, le Historiai, riferisce un dialogo ideale svoltosi dopo la morte di Cambise, in cui Megabizo parla a difesa di Dario e della monarchia, mentre Otane difende l’ordinamento democratico:

A me sembra opportuno che nessuno divenga più nostro monarca, perché non è cosa né piacevole né buona. Voi sapete infatti a qual punto è giunta la tracotanza (hybris) di Cambise, e avete provata anche quella del Mago. (…) Il governo della maggioranza, invece, anzitutto ha il nome più bello di tutti, isonomia, in secondo luogo non fa niente di quanto fa il monarca, perché esercita a sorte le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e conduce tutte le deliberazioni in pubblico (es to koinon). Io dunque propongo di abbandonare la monarchia e di esaltare la maggioranza (plethos), perché tutto è possibile per la maggioranza.

Un’altra fonte è il Logos Epitaphios con cui lo storico greco Tucidide, nel contesto della guerra del Peloponneso che tra il 431 e il 403 a.C. oppose Atene a Sparta, riporta il discorso che Pericle avrebbe tenuto in onore dei caduti durante il primo anno di guerra: un inno  alla costituzione ricevuta in dono dagli antenati, che esprime i valori per cui gli Ateniesi stanno combattendo:

Utilizziamo infatti un ordinamento politico (politeia) che non imita le leggi (nomoi) dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d’esempio (paradeigma) per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia (isonomia); per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall’oscurità della sua condizione.

Tutti felici e contenti dunque? Assolutamente no. Per molti la demokratia più che il governo di tutti è lo strapotere di una parte che assolutamente non lo merita. 

Una fonte  utile per evidenziare il malcontento che circolava negli ambienti aristocratici della città è La costituzione degli Ateniesi (Athenaion Politeia), un pamphlet attribuito allo storiografo Senofonte, che analizza alcuni aspetti negativi del governo ateniese. L'opera, scritta durante la guerra del Peloponneso, mostra con sdegno l’impossibilità di affidare un compito importantissimo come il governo della città al popolo ignorante, incapace per natura di prendere decisioni politiche:

In ogni luogo sulla faccia della terra le persone migliori (aristoi) sono nemiche della democrazia: infatti, la gente per bene tende ad evitare la sfrenatezza e l’ingiustizia ed è incline alla virtù; nel popolo invece c’è il massimo di ignoranza, disordine e cattiveria: la povertà li spinge all’ignominia, così anche la mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza.(…) In Assemblea consentono che parli anche la canaglia e dal loro punto di vista fanno bene. Se all’Assemblea partecipasse solo la gente per bene gioverebbe ai propri simili e non al popolo: ora invece può levarsi a parlare qualsiasi ceffo e proporre ciò che è utile a sé e ai suoi simili. (…) Essi capiscono che la stupidità, la ribalderia, la corruzione di costui giova a loro più che la virtù e la diffidente saggezza della gente per bene. Naturalmente una città dove si vive così non è quella ideale: però è questo il modo migliore per difendere la democrazia.


Dopo la morte di Pericle, la democrazia ateniese fu interrotta da due brevi parentesi oligarchiche, verso la fine della guerra del Peloponneso. Nel corso del IV secolo, pur con alcune riforme, il sistema fu sostanzialmente mantenuto fino alla sua soppressione, nel 322 a.C., ad opera dei Macedoni. 


Secondo l’ateniese Isocrate, sarebbe stata Sparta la «democrazia perfetta» (Areopagitico, 61): a Sparta sono cittadini pleno iuresolo gli spartiati, tutti «uguali» e tutti ugualmente partecipi dell’assemblea decisionale (apella); tutti gli altri (perieci e iloti) sono considerati estranei alla comunità degli «uguali», non solo perché sottomessi con la forza, ma perché considerati appartenenti a un’altra «razza» rispetto alla «purezza» degli spartiati. 

Entro questi limiti Sparta era considerata il «regno dell’uguaglianza», stabilito in epoca remotissima dal semi-mitico legislatore Licurgo

Atene è assai meno lineare. Certo il numero dei cittadini pleno iure è molto più alto che a Sparta, ma anche ad Atene c’è un grandissimo numero di non-cittadini: masse di schiavi; e c’è anche un numero rilevante di stranieri, anche benestanti, pur sempre non-cittadini. 

Ad Atene, ceto politico dominante sono i ricchi che «accettano» la democrazia, che accettano cioè di misurarsi con l’assemblea e di subire il potere dei tribunali popolari. La differenza non sta dunque solo nel numero. 

Sparta, ben più che Atene, è il modello idoleggiato per es. da un pensatore radicale quale l’abate Mably (1709-1785), ispiratore della democrazia giacobina, e perché Sparta ben più che Atene sia stata il bersaglio polemico di un decisivo pensatore antigiacobino come B. Constant.

Il paradosso è che invece nel 4° e 5° sec. a.C., sul piano dei rapporti politici tra stati, Sparta veniva percepita come il punto di riferimento delle oligarchie, mentre Atene, una volta creato l’impero (478 a.C.), ha «esportato», con il peso della sua forza militare, il suo modello di democrazia (estensione della piena cittadinanza ai non possidenti) in tutte le città «suddite». 

Ulteriore paradosso: è Sparta che, nel 6° sec. a.C., combatte i «tiranni» nella Grecia peninsulare. I «tiranni» però sono, per un verso, i leader di una massa popolare invisa alle grandi famiglie possidenti, e per l’altro – una volta abbattuti – diventano, nella retorica democratica, l’antitesi, l’opposto diametrale, della democrazia. 

La «democrazia in Atene è ristabilita a opera soprattutto di una famiglia, quella di Clistene (gli Alcmeonidi), che aveva prima collaborato coi tiranni (Pisistrato e i suoi figli) e poi, con l’aiuto di Sparta, li aveva avversati.

La critica al sistema politico ateniese incomincia con un opuscolo, Athenaion Politeia, attribuito a Senofonte e a Crizia, il capo dell’oligarchia detta dei «trenta tiranni» (404), e con suo nipote Platone. In entrambi, ma soprattutto in Platone, il connubio perversamente demagogico tra gruppi sociali abbienti e popolo è la sostanza stessa della democrazia (Repubblica, VIII). 

Crizia, ma anche Platone, furono ammiratori del «modello spartano». Questa critica, che in Platone si presenta nella forma più compiuta, ha avuto una influenza enorme nelle epoche successive, a partire dall’età romana e fino all’età nostra.

Quando nell’Europa del sec. 19°, finita da un pezzo l’esperienza giacobina, si fa strada un modello democratico che è il risultato dell’incontro-scontro tra istanze popolari e predominio parlamentare di élite proprietarie, e via via il modello si invera attraverso l’estensione del suffragio, la storiografia liberale «progressista» (G. Grote) simpatizza vivamente per Atene, in cui ravvisa il proprio modello remoto, mentre la storiografia conservatrice (E. Meyer, U. Wilamowitz-Moellendorff, K.J. Beloch, J. Bogner) la avversa come antecedente remoto del modello «terza repubblica francese».

Nella seconda parte della History of Greece (18622, XLVI), G. Grote descrive il funzionamento della democrazia ateniese con adesione simpatetica in vivace opposizione rispetto alle critiche tradizionali. Prende le mosse dalla descrizione dei «partiti»: «Pericle ed Efialte democratici; Cimone oligarchico e conservatore». Già qui si coglie una forzatura, giacché difficilmente si potrebbe definire «oligarchico» un politico, quale Cimone, il quale accetta il gioco politico assembleare: oligarchi sono piuttosto coloro che, come Antifonte e Crizia, non avendo alcuna fiducia in un organismo incontrollabile e a loro avviso incompetente come l’assemblea popolare, puntano al colpo di Stato col proposito di modificare radicalmente l’ordinamento politico della città. 

Grote parla di «partiti» e imputa proprio a Cimone un comportamento «demagogico»: evidentemente con riferimento alla generosità, rimarcata da Plutarco, di Cimone nel mettere a disposizione dei cittadini i suoi giardini e i suoi frutteti. 

Grote focalizza la sua attenzione sul funzionamento dei tribunali popolari e sull’abbattimento del potere dell’areopago, ridimensionato, nei suoi poteri, dalla riforma di Efialte appoggiato dal giovanissimo Pericle. Grote difende il buon nome dei tribunali popolari ateniesi, di solito considerati il punto di forza del predominio popolare contro i ceti abbienti. E invoca a difesa due argomenti: a) l’elevato numero dei componenti ciascuna corte fu «fondamentale per escludere la corruzione»; b) i tribunali non erano composti solo di poveri, ma anche di cittadini appartenenti alle classi medie. Grote afferma inoltre che la democrazia ateniese sarebbe rimasta immutata fino all’instaurazione, alla fine del 4° sec., dell’egemonia macedone. 

Ciò però significa sottovalutare il cambiamento prodottosi via via dopo la guerra civile del 404/403: nella democrazia restaurata si accentua la professionalizzazione del ceto politico (W. PilzDer Rhetor im attischen Staat, 1934) e si accentua la distinzione tra ruolo politico e ruolo militare. Inoltre Grote attenua molto l’aspra realtà della insofferenza degli alleati, divenuti ormai sudditi nei confronti della città egemone, Atene. E ciò, nonostante Pericle stesso abbia definito l’impero «tirannide» in un discorso attribuitogli da Tucidide (II, 63, 2). 

Grote conosce ovviamente il celebre giudizio di Tucidide su Pericle come leader di una «democrazia che era tale solo a parole», ma mette a frutto altre parti di quella importante pagina, e tralascia del tutto la lettura estremamente significativa del ruolo «monarchico» di Pericle data da T. Hobbes, nella importante sua prefazione alla traduzione inglese dell’opera tucididea (1648): lettura che trova riscontro non solo nel soppesato giudizio tucidideo (II, 65, 9), ma anche nell’implacata polemica dei comici, i quali, dalla scena (come riferisce Plutarco), lanciavano a Pericle l’accusa di nutrire aspirazioni tiranniche e lo esortavano addirittura a «deporre la tirannide» (Vita di Pericle, 16).

Alla luce di tutto ciò, non stupisce lo sguardo positivo che Grote rivolge anche a una figura tradizionalmente malvista quale Cleone. In questo Grote era stato preceduto dal grande J.G. Droysen, nel saggio sui Cavalieri di Aristofane (18382). Droysen è ben conscio di esprimersi controcorrente in favore di Cleone, e perciò scrive: «Nessuno si presterà a tessere le lodi del sanguinario Robespierre, o del selvaggio Mario; ma nella loro opera essi hanno incarnato i sentimenti e hanno ricevuto l’approvazione di migliaia di uomini dai quali li separava solo quell’infausta grandezza, o violenza di carattere che è capace di non inorridire davanti all’azione» (Droysen, Aristofane: introduzione alle commedie, a cura di G. Bonacina, 1998).

Per meglio comprendere l’orientamento della History of Greece di Grote giova ricordare che nella sua formazione hanno avuto importanza J. Mill, come insegnante di economia, e A. Comte, come ispiratore di una visione filosofica del progresso umano. Ed è notevole che a conclusioni in alcuni casi non dissimili giungesse un Droysen, la cui formazione era stata del tutto diversa, non estranea al pensiero storico di Hegel. Il quale nelle Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte (1837) definì la democrazia greca «il capolavoro politico» e Pericle «l’uomo di Stato più profondamente colto, autentico e nobile».

Del tutto diverso lo scenario, in ambiente tedesco, nell’epoca guglielmina. Il nome più importante è quello di E. Meyer. Al contrario di Grote, Meyer, nella monumentale e purtroppo incompiuta Geschichte des Altertums (IV, 1, 19112; 19393, a cura di H. Stier), pone al centro della ricostruzione per l’appunto la smisurata e incongrua posizione di Pericle all’interno di un ordinamento democratico. Eppure neanche Meyer mise a frutto l’intuizione hobbesiana intorno alla vera natura del potere di Pericle, ma puntò piuttosto sui difetti strutturali della democrazia antica (greca), antesignana di quella occidentale.

Pericle gli appare come spinto sempre più verso un atteggiamento «conservatore» dopo, e per effetto, della conquista del potere assoluto. Valutazione storico-politica nella quale si può forse riconoscere l’influsso della diagnosi plutarchea, secondo cui il governo di Pericle si manifestò come «aristocratico», «in quanto fondato sulla sua posizione di princeps» (Vita di Pericle, 9,1). Plutarco interpretava così Tucidide II, 65, 9, e Meyer, probabilmente, interpreta e valorizza Plutarco.

È comunque degno di nota come anche Meyer resti almeno in parte impigliato nell’applicazione al mondo greco della moderna nozione di «partito politico».

In tal senso, una terminologia esplicitamente modernizzante è presente invece nel quasi coevo saggio di M. CroisetAristophane et les partis à Athènes (1906), dove si parla ripetutamente di «partito oligarchico», «democratico», «moderato», pur nell’imbarazzo di trovare una collocazione da assegnare ad Aristofane. Ben più pertinente, a tal proposito, le pagine di G.E.M. De Sainte Croix (The Origins of the Peloponnesian War, 1973, Appendix 29) sulla «politica» di Aristofane, giustamente definita, dallo storico marxista inglese, di ispirazione «cimoniana».

A partire dal 1914, nel corso della cosiddetta «guerra degli spiriti» innescata dal conflitto mondiale tra studiosi tedeschi e l’intellettualità dell’Intesa, è in gioco l’immagine dell’Atene di Demostene. Due libri vanno soprattutto ricordati: Aus einer alten Advocatenrepublik di E. Drerup (1916) – dove l’«antica repubblica degli avvocati» è l’Atene di Demostene, identificata attraverso quella formula con la nemica Francia «democratica» – e, di poco successivo alla fine del conflitto, il Démosthène di G. Clemenceau, il vincitore, per parte francese, contro la Macedonia-Prussia del kaiser Guglielmo II. L’identificazione di Clemenceau col suo eroe positivo è totale e riguarda anche il destino personale sia dell’antico sia del moderno campione della democrazia.

Per gli anni della Repubblica di Weimar, ricorderemo due opere «minori», ma molto esplicite: da un lato Demokratie und Klassenkampf im Altertum di A. Rosenberg (1921), e sul versante opposto Die verwirklichte Demokratie di H. Bogner (1930). Rosenberg è uno dei maggiori storici tedeschi di epoca weimariana, allievo di Meyer e docente di storia antica a Berlino, parlamentare per la KPD, esule nel 1933, rifugiato in USA, dove scomparve prematuramente nel 1939, pienamente acquisito alle ragioni del new dealrooseveltiano. Bogner (n. nel 1895) è un colto pubblicista di destra attivo al principio del regime nazionalsocialista, traduttore di autori classici. Per Rosenberg l’esperimento democratico ateniese costituisce un modello positivo in quanto coniuga la prevalenza dei ceti non possidenti con la pratica democratica: non una dittatura volta a confiscare la ricchezza dei possidenti, ma un sistema in cui la prevalenza politica dei non possidenti impone, o meglio rende ineludibile, l’uso sociale della ricchezza. Per Bogner il sistema ateniese, la «democrazia realizzata», come egli lo chiama, altro non è che l’antecedente della moderna «dittatura del proletariato»: al fine di render chiaro quanto sia deprecabile tale sistema, Bogner traduce l’intero opuscolo intitolato Athenaion Politeia (che non è imprudente attribuire a Crizia) e lo definisce come la migliore descrizione di quel sistema: con la precisazione che è con l’uscita di scena di Pericle che il sistema è apparso in tutta la sua negatività.

In epoca nazista si manifesta, per es. a opera di H. Berve, uno dei maggiori esponenti della generazione che dominò nelle università durante il Terzo Reich, il tentativo di stabilire una continuità che, movendo dal Pericle tucidideo, approda al Führer. Su ciò ha scritto un importante libro B. NäfVon Perikles zu Hitler? (1986), il quale traccia anche un essenziale profilo del precedente dibattito storiografico sulla democrazia ateniese. Accanto a questo inquietante filone si sviluppa poi, o meglio si riaccende, la discussione su Demostene. Malvisto già in epoca guglielmina da studiosi di prim’ordine quali Beloch e Wilamowitz, Demostene torna in discussione per merito del libro di W. Jaeger (Demosthenes. The origin and growth of his policy) che esce prima in USA (1938) e subito dopo in Germania (1939). La discussione fu sin dall’inizio virulenta. Il filodemostenismo di Jaeger venne stigmatizzato con forza da importanti storici schierati col nazismo: H. Berve («Göttingische Gelehrte Anzeigen», 1940) e F. TaegerGnomon» 1941). In Italia un pesante attacco venne da parte di G. PerrottaPrimato», novembre 1942), il quale approfittò della circostanza per sbeffeggiare anche il Demostene e la libertà greca di P. Treves, nel frattempo scacciato dall’Italia perché ebreo. Jaeger fu invece difeso, negli USA, dall’esule K. von Fritz («American Historical Review», 1939).

Negli anni Sessanta del sec. 20° ha incominciato a farsi strada anche negli studi sul mondo greco un’importante novità. Ci riferiamo a quell’orientamento di studi detto «prosopografico» che da ben prima aveva influenzato gli studi di storia romana. Tale orientamento pone in rilievo i legami personali, familiari e di clan vigenti anche in un mondo politicamente evoluto come quello ateniese del 5° e 4° sec. a.C. Un frutto importante è il saggio di J.K. DaviesAthenian propertied families, 600-300 B.C. (1971). Ne esce fortemente ridimensionata la visione ottocentesca troppo modernizzante e incline a riconoscere nei gruppi politici dell’Atene di età classica vere e proprie formazioni partitiche. Questa sana reazione può ben inquadrarsi, oltre che nella corrente tipicamente anglosassone detta prosopografica, anche nel più generale scontro tra «primitivisti» e «modernisti» che ha investito soprattutto l’interpretazione della storia economica e sociale del mondo antico.

Ciò non ha impedito che l’interpretazione tradizionale dei conflitti politici ateniesi riprendesse lena in vasti affreschi storico-politici. Così l’adesione emotiva alla democrazia attica si coglie in studi come La démocratie athénienne di P. Cloché (1951), di cui si segnalano, per la nobile ingenuità e l’imbarazzante difesa della gestione ateniese dell’impero, le pagine conclusive. Analogo proposito affiora anche in un lavoro molto impegnato come la Democrazia (1995) di D. Musti. Per una meditata messa a punto, che è anche una efficace ricostruzione critica e documentata delle vicende che portarono dalla «tirannide» alla riforma clistenica, si può ricorrere al saggio di G. Camassa (Atene. La costruzione della democrazia, 2007). Né vanno trascurati i tentativi di lettura non demonizzante, ma politica, della vicenda dei trenta: The Thirty at Athens di P. Krentz (1982). Questo libro ha il merito di porsi seriamente la questione di quale fosse il «programma» dei trenta, e approda sensatamente alla conclusione che il loro progetto era di rimodellare, con metodi violenti, Atene «on the lines of the Spartan Constitution». Il che, se si considera quanto osservato in principio a proposito dell’immagine di Sparta come «vera democrazia», induce a non adagiarsi passivamente nella damnatio memoriae di cui, già subito dopo la loro sconfitta dovuta anche all’abbandono da parte di Sparta, i trenta furono oggetto. 

Naturalmente suggestioni della storia vivente possono indurre a fervide e suggestive analogie: per es. alla lettura della vicenda dei trenta proposta da J. Isaac (Les Oligarques [scritto nel 1942], ed. a cura di P. Ory, 1989) in cui si legge, in filigrana, la nascita, sotto l’urto della vittoria tedesca, del regime di Vichy (1940-1945).


«Il referendum è lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell'età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». 

Com'era il referendum nel mondo antico?

«Nell'Atene del V secolo a. C. il referendum non aveva senso: le decisioni erano prese dall'assemblea popolare. Qui due volte al mese si tenevano delle assemblee ordinarie nelle quali i cittadini votavano per alzata di mano e decidevano sulla loro rappresentatività. La repubblica romana invece era aristocratica: si votava per centurie e le classi ricche vincevano sempre».

Quando nasce storicamente l'esigenza di far partecipare il popolo alla vita pubblica?

«Aristotele spiega bene che in origine solamente in pochi prendevano parte alla vita politica della polis. Erano i signori a comandare. Solo quando s'introdusse un salario minimo anche le persone comuni poterono iniziare a partecipare attivamente».

Si può ricorrere al referendum per una questione così importante come l'accettazione del piano Ue sulla Grecia?

«Non solo si può, ma si deve. Nella storia d'Italia ci sono un paio di referendum che ci hanno segnato per sempre: quello per la Repubblica del 1946 e quello per il divorzio del 1974. E invece ora tutti si mettono a dare lezioni alla Grecia. Ma sono lezioncine in contrasto con l'idea di sovranità popolare. Sono reazioni oligarchiche». 

Chiamare il popolo a decidere, non è un modo per abdicare alle proprie responsabilità politiche?

«No, tutt'altro. Se il concetto di sovranità popolare ha un senso, rimettersi al popolo è l'unica forma legittima».

Siamo di fronte ad una crisi delle democrazie rappresentative?

«Il modello della delega è logoro. Il referendum è un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune. È una grande conquista, insieme al suffragio universale sicuramente una delle più grandi del Novecento. D'altra parte Jean-Jacques Rousseau diceva che il popolo inglese è libero soltanto durante l'elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo».

"Il referendum strumento antico e democratico quanto la Grecia" RAFFAELLA DE SANTIS 2015 06 28

PROGETTO DEMOCRAZIA Storia della Democrazia Diretta  MARCH 12, 2015



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