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Monday, October 3, 2016

Internet Governance: U.S. government give control to ICANN


The U.S. government has officially given up the “address book” of the internet to Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) effective October 1, 2016

In other words, ICANN has become a self-regulating non-profit international organization managing the Internet Assigned Numbers Authority, the system for online “domains” such as .com. 
Effective October 1, 2016, ICANN is no longer under the watch of the US’ National Telecommunications and Information Administration.
While the U.S. and ICANN officials say that the change is part of a longstanding plan to “privatize” those functions, some critics complain about a “giveaway” that could threaten the internet’s integrity.
ICANN will take its input from academics, companies, governments and the public. While the American government didn’t really exercise its influence, it no longer has that option.
“This transition was envisioned 18 years ago, yet it was the tireless work of the global Internet community, which drafted the final proposal, that made this a reality,” said ICANN Board Chair Stephen D. Crocker. “This community validated the multistakeholder model of Internet governance. “It has shown that a governance model defined by the inclusion of all voices, including business, academics, technical experts, civil society, governments and many others is the best way to assure that the Internet of tomorrow remains as free, open and accessible as the Internet of today.”
Christopher Mondini, ICANN’s vice president for global business engagement, said the change will have no impact on day-to-day internet use, and will assure the global community that the system is free from government regulation and interference.
This is a new kind of governance model,” he added.
The handover follows an unsuccessful last-minute attempt by four states’ Republican attorneys general to block the transition arguing that it would allow authoritarian regimes to have greater control over the internet.
However, their temporary injunction request, which centered around the idea that the U.S. was “giving away government property” and required Congressional approval to give up ICANN was rejected by a federal judge. The attorneys’ resonated their party’s concern that reducing U.S. control would open the internet to greater censorship by countries like China and Russia, who don’t value the freedom of speech. They were also worried that the shift could threaten U.S. government domains like .gov and .mil (for government and military-related websites, respectively) and could be tampered with.
On the other hand, supporters of the transition are of the opinion that the move is not only harmless, but might prevent a far worse outcome. Since ICANN will still operate out of Los Angeles, they say that censorship-heavy countries don’t have any more power over the internet than they did before. If anything, a privately-managed domain system reduces the pressure to hand over control to the United Nations, where China and Russia would have some influence. There’s also a fear that a fully independent ICANN may act unpredictably once free of US oversight and would encourage countries to set up their own domain systems and fragment the internet.
To sum up, while the U.S. no longer has the keys to the internet kingdom, the important thing to remember is that neither does anyone else.

Usa, il controllo di Internet passa a Icann Maria Teresa Della Mura 3 ottobre 2016

Chinese Leader Calls for Global Governance of Cyberspace 

DECEMBER 20, 2015

WHO CONTROLS THE INTERNET?

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Internet Governance 

(intervista via e-mail a Fabio Iannazzone, 23 aprile 2007)

Buonasera, la ringrazio per la disponibilità offertami e le invio la traccia dell'intervista di cui le avevo parlato.

1. Come definisce l’Internet governance?
 
 - È il tentativo da parte dei "poteri forti" di imbrigliare le maglie della rete, che, per la natura particolare della sua struttura, rende molto difficile, se non impossibile, ogni tentativo di esercitare forme di controllo totalitario.

2. Quali sono secondo lei le questioni fondamentali di cui si occupano o si dovrebbero occupare le strutture di governance dell’Internet?

- Premesso che una regolazione è necessaria, come in tutte le opere figlie della cultura umana, la questione fondamentale che pone l'Internet Governance è quella della democrazia elettronica, che, in pratica, non è altro che una guerra di informazione. Mettendo da parte gli entusiasmi ciber-libertari della prima ora, bisogna prendere coscienza del fatto che il futuro di Internet, e la possibile effettiva realizzazione di una reale democrazia elettronica, dipenderà strettamente dagli esiti della guerra di informazione - giuridica, informatica, tecno-sociale - che tutti siamo chiamati a combattere. In primo luogo, bisogna opporsi duramente all'attuale modello di Internet Governance, che prevede la gestione unica, privata, da parte dell'ICANN, oppure al modello di "grande muraglia" digitale cinese. Occorre proclamare con forza che la rete è un bene comune dell'umanità e come tale deve essere regolamentato, non come fonte di business o strumento di controllo tipo "grande fratello" telematico. Lo afferma anche il W3C (World Wide Web Consortium) quando parla di "Web for Everyone": "The social value of the Web is that it enables human communication and opportunities to share knowledge. One of W3C's primary goals is to make these benefits available to all people, whatever their hardware, software, network infrastructure, native language, culture, geographical location, or physical or mental ability".

3. Come vede l’ingerenza dello Stato nella regolamentazione di Internet?

- È normale, dato che Internet, di fatto, annulla il concetto di Stato, poiché è un medium che deterritorializza, o riterritorializza, radicalmente i flussi, come direbbero Deleuze eGuattari, nel senso che non è più legato ad un territorio fisico. Lo Stato non esiste più, esiste un Villaggio Globale che grazie a Internet potrebbe arrivare perfino ad auto-regolamentarsi, facendo anche a meno dei politici.

4. Qual è la differenza fra Europa e Stati Uniti in merito a temi quali la questione dei nomi a dominio, la privacy e il copyright?

- Esistono ancora differenze locali che dipendono dagli interessi locali e dalle forze locali, ma il progetto di dominio è globale, transnazionale, neo-imperialista, come direbbe Tony Negri, immanente, per dirla filosoficamente. Un progetto che punta sull'anarco-capitalismo (o neo-liberismo selvaggio che dirsivoglia) e sulla "complicità" da parte del "sistema" giuridico-legislativo. Ne è riprova il compromesso raggiunto lo scorso novembre a Tunisi, nel World Summit on the Information Society, dove si era partiti dalla "ricerca di un “nuovo modello di cooperazione” e si è finiti col riconsegnare agli USA l’ultima parola sulla root authority del Domain Name System. In questa guerra, il peso internazionale dell'Unione Europea, di fatto vassalla degli Stati Uniti, è ancora molto ridotto. Tim Wu e Jack Goldsmith, in "Who Controls the Internet?", volume apparso in primavera presso Oxford University Press, definiscono il compromesso tunisino come «l’ultimo episodio nella battaglia per il controllo del sistema dei nomi di dominio, che a sua volta fa parte della guerra più ampia per il controllo di internet». Il testo ripercorre, sintetizzandola, la storia di oltre un decennio di vita di Internet, dove l’iniziale «illusione di un mondo senza frontiere, auto-gestito e indipendente dai governi nazionali», ha dato invece posto all’odierna frantumazione e localizzazione della Rete, in cui «la geografia e la pressione governativa rivestono un’importanza fondamentale».

5. Come si contrasta il digital divide?

- Di soluzioni ce ne sarebbero tante, ma manca la volontà. Il digital divide di fatto serve a mantenere i paesi arretrati in posizione subalterna così che si possa continuare a sfruttarli. Basti pensare a tutti i computer che ogni anno vengono buttati (e che producono anche inquinamento) dai ricchi e opulenti occidentali che passano al modello successivo e che potrebbero benissimo essere utilizzati nei paesi del Terzo Mondo.

6. Che ruolo ha assunto il governo italiano nelle questioni più spinose dell’Internet Governance?

Le leggi votate dal nostro Parlamento si sono distinte per scarsa conoscenza dell'argomento e scarsa comprensione dei meccanismi della rete, nonché per l'assenza di dialogo con i gruppi e gli utenti della rete (vedi la Legge Urbani). Il primo tentativo di costituire una occasione istituzionale di dialogo è stato il Tavolo di Discussione sul WSIS messo in piedi dal Ministro dell'Innovazione Stanca nel 2004. Con il nuovo governo, adesso è seguito il Comitato Consultivo sulla Governance di Internet, coordinato da Stefano Rodotà. In parallelo, sono state aperte varie consultazioni online da vari ministeri. Ma l'effettivo impatto di tutto questo sulle politiche pubbliche per Internet è però ancora tutto da realizzare. «Ciò che manca in Italia, soprattutto per Internet», dice Luca Conti, animatore del blog Pandemia, «è un ascolto vero e un'azione decisa e competente per superare gli ostacoli verso la società digitale».

7. Come vede il futuro dell’Internet governance?

- Dato che la questione investe il futuro di tutti, a livello globale, proporrei di affidarla ad un referendum globale, che costituisca anche il primo esperimento post-politico di democrazia diretta on-line.

8. C’è speranza per un diritto globale e riconosciuto dalle organizzazioni internazionali?

- La Storia insegna che ciò che viene riconosciuto sulla carta, poi, sistematicamente, viene tradito dai fatti. E, quel che è peggio, i responsabili raramente pagano per le loro colpe. Non c'è da sperare ma da combattere.

9. Perché la Naming Authority italiana non è riuscita a trovare un proprio assetto istituzionale?

- Ma perché era stata concepita in modo "troppo" democratico. La democrazia reale costituisce la più grande minaccia per i poteri costituiti, anche per quelli, come il nostro,"pseudo-democratici", retti da una ristretta oligarchia a carattere mafioso.





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