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Friday, November 18, 2016

La Paranza dei Bambini


L'autore di "Gomorra" racconta le "paranze" e il loro apprendistato omicida. L'educazione alla morte dei baby criminali a metà strada fra l'innocenza e la colpa



Si è ispirato a fatti reali, alla storia della paranza dei bambini di Forcella, Roberto Saviano per dar voce a quei ragazzini in scooter che sfrecciano contromano alla conquista di Napoli nel suo nuovo romanzo «La paranza dei bambini», pubblicato da Feltrinelli. Per raccontare questi adolescenti armati, quindicenni che non temono il carcere né la morte, ha seguito il metodo di Franco Rosi nel film `Le mani sulla città´ dove, come spiega lo stesso autore nella nota che chiude il libro, «personaggi e fatti narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». 

«Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo» dicono questi adolescenti che non credono in un domani e sono determinati nel giocarsi tutto e subito. Hanno imparato a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne. Come nella paranza, nome che viene dal mare, dalle barche a vela usate per la pesca a strascico che ingannano i pesci con la luce così Saviano racconta ragazzini ingannati, che vanno a morire pensando di arricchirsi. 

Tra social, «roba», canne e frequentazione di locali che ricordano un po’ gli anni Ottanta, si racconta l’ascesa di una paranza, un gruppo di fuoco legato alla Camorra, e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo detto Maraja. Poi ci sono Briato’, Tucano, Dentino, Drago’, Lollipop, Pesce Moscio, Stavodicendo, Drone, Biscottino e Cerino, soprannomi innocui di ragazzi che si muovono tra innocenza e sopraffazione. «Sono bambini, stanno arrivando e vogliono tutto», soprattutto i soldi che «li ha chi se li prende». Per loro giusti e ingiusti, buoni e cattivi sono tutti uguali. La vera distinzione è tra forti e deboli. E nella storia entrano anche i genitori, le madri, come quella di Nicolas che arriva in questura, dopo che il figlio è stato beccato con il «fumo», come «una belva». 

Quello che premeva di più a Saviano «era parlare alle madri e dire: `guardate che questi non sono animali o prodotti da suburra. Sono ragazzi che la pensano come i vostri figli e che solo se conoscete queste dinamiche potete salvarli in qualche modo». 

Ecco per gentile concessione, un brano del nuovo romanzo (Copyright 2016, Roberto Saviano All rights reserved Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Prima edizione in «Narratori» novembre 2016. Qui il booktrailer).  

«Forcella è materia di Storia. Materia di carne secolare. Materia viva. 

Sta lì, nelle rughe dei vicoli che la segnano come una faccia sbattuta dal vento, il senso di quel nome. Forcella. Una andata e una biforcazione. Un’incognita, che ti segnala sempre da dove partire, ma mai dove si arriva, e se si arriva. Una strada simbolo. Di morte e resurrezione. Ti accoglie con il ritratto immenso di san Gennaro dipinto su un muro, che dalla facciata di una casa ti osserva entrare, e con i suoi occhi che tutto comprendono ti ricorda che non è mai tardi per risollevarsi, che la distruzione, come la lava, si può fermare. 

Forcella è una storia di ripartenze. Di città nuove su città vecchie, e di città nuove che diventavano vecchie. Di città chiassose e brulicanti, fatte di tufo e piperno. Pietre che hanno eretto ogni muro, tracciato ogni strada, modificato tutto, anche le persone che con questi materiali hanno sempre lavorato. Anzi, coltivato. Perché si dice che il piperno si coltiva, come fosse un filare di viti da innaffiare. Pietre che si stanno esaurendo, perché coltivare la pietra significa consumarla. A Forcella anche le pietre sono vive, anche loro respirano. 

I palazzi sono attaccati ai palazzi, i balconi si baciano davvero a Forcella. E con passione. Anche quando ci passa in mezzo una strada. E se non sono i fili del bucato che li tengono uniti, sono le voci che si stringono la mano, che si chiamano per dirsi che quello che passa sotto non è asfalto ma un fiume attraversato da ponti invisibili. 

Ogni volta che Nicolas a Forcella passava davanti al Cippo provava la stessa allegria. Si ricordava di quando, due anni prima, ma parevano secoli, erano andati a rubare l’albero di Natale in galleria Umberto e lo avevano portato lì, dritto dritto, con tutte le sue palline lucenti, che lucenti non erano più dato che non c’era corrente ad alimentarle. Così si era fatto notare da Letizia, che uscendo di casa la mattina dell’Antivigilia e voltando l’angolo aveva visto apparire la punta, come in quelle fiabe in cui semini la sera e quando il sole sorge, opla’, ecco che è cresciuto un albero che tocca il cielo. Quel giorno lei l’aveva baciato». 

(a cura di Giovanna Favro)  

La terribile “Paranza dei bambini” di Saviano 11/11/2016 


Sono passati esattamente dieci anni, o poco più. Gomorra apparve infatti nell'aprile 2006. I dieci anni, però, come dicevo, non sono passati invano e non solo - oggi posso dirlo - per l'ininterrotta campagna di lotte civili ed etico-politiche, di cui Saviano è stato protagonista. Esce infatti in questi giorni il suo secondo vero romanzo: La paranza dei bambini (Feltrinelli), più romanzo del primo, se non erro, perché se nel primo la base documentaria era talvolta prevalente, in questo secondo, pur non mancandone affatto, l'impianto immaginativo è decisamente prevalente. Saviano, cioè, fortemente inventa, anche se ognuno dei caratteri e delle situazioni che elabora sarebbe riscontrabile nella realtà.

Trova così conferma una persuasione che anche qualche tempo fa avevo cercato di esprimere: e cioè che in Saviano, ad onta della sua fama di polemista e di "denunciatore" (che naturalmente questo rilievo non mette affatto in discussione), la natura prevalente è quella del narratore. Qualunque cosa Saviano dica o denunzi, lui innanzi tutto la racconta. Il suo genio naturale è questo. La paranza dei bambini lo ri-dimostra eloquentemente.

Vorrei aggiungere che Saviano, quando pubblicò Gomorra aveva ventisette anni, oggi, ovviamente ne ha trentasette. Anche questo dato anagrafico spesso ce lo si dimentica, proiettando anche senza volerlo l'intera sua personalità sulla sua complessa e stratificata presenza pubblica e civile. Si tratta invece, originariamente, di un assai giovane uomo, che ha riversato nella sua scrittura gli istinti, le facoltà di osservazione e di rivolta, di cui, soprattutto di questi tempi, solo (o soprattutto) i giovani dimostrano di essere ancora capaci.

La "paranza" è una barca da pesca. Nella Napoli dei nostri giorni diventa sinonimo di gruppo camorristico. I "bambini" del titolo sono piuttosto degli adolescenti (il loro capo ha sedici anni; ma il più piccolo ne ha dieci, e a lui, proprio per la sua apparente innocuità, viene affidato il compito dell'assassinio, che farà schizzare in alto la loro "paranza"), impegnati nel difficile e sanguinoso gioco della loro affermazione all'interno di un ambiente terribilmente ostile e pericoloso.

L'affermazione della "paranza dei bambini" è seguita da Saviano passo dopo passo, con un'evidenza realistica (e al tempo stesso immaginaria) solare. Insomma, siamo di fronte ad un vero "romanzo di formazione": "formazione", ed "educazione alla morte". Al centro del "romanzo di formazione" collettiva, c'è la "formazione" e l' "educazione alla morte" del loro capo, il (come abbiamo detto) sedicenne Nicolas, detto significativamente "ò Maraja", dal cui destino dipende quello di tutti gli altri.

I "piscitielli", o "muccusielle", o "muschilli", come li chiamano, talvolta con disprezzo, talvolta con ammirazione, i loro interlocutori, hanno un nome e un cognome, anagraficamente intesi, ma al tempo stesso ognuno è contraddistinto anche da un soprannome, nel quale la loro identità, prima caratteriale e poi camorristica, si dispiega a pieno. Sono undici, più o meno come gli "apostoli" di Cristo, ma, come avviene per i veri "apostoli", uno ne viene subito espulso, non per una colpa commessa, ma per non essersi abbastanza rapidamente sottomesso alla volontà del capo. Inizialmente partono da pulsioni elementari: per esempio, dal disprezzo per le condizioni di vita e di lavoro in particolare dei loro genitori maschi: "Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno... si sentivano più uomini dei loro padri". Però, subito dopo, e soprattutto per le capacità inventive e il carattere eccezionale di "ò Maraja", il quadro si allarga e si complica. Non solo i soldi, ma il potere. Non solo il potere, ma il rispetto. Non solo il rispetto, ma l'illimitata devozione e prostrazione degli altri, di tutti gli altri.

Si potrebbe ricavare un pluridecalogo della formazione camorristica dei "bambini" dal racconto di Saviano: "Forti e deboli. Ecco la vera distinzione"; "Ogni morte ha due volti. L'uccisione e la lezione"; "Amico, nemico, vita, morte: e la stessa cosa"; "La paranza non sta mai sotto a nisciuno"; "I soldi significano protezione, e la protezione significa rispetto". Ma è in Nicolas-Maraja che il processo raggiunge il culmine: perché per lui valore preminente è quello del "comando". Non ci può essere paranza senza il "comando di qualcuno": e il "comando di qualcuno" è illimitato, assoluto, garanzia di vita e di morte per tutti, ma anche, o forse soprattutto, per ognuno degli affiliati. Il vecchio camorrista a Nicolas: "Tu vuò cumannà...". E "per comandare un capo deve avere paura"; e, un altro vecchio camorrista, "meritava di morire perché non sapeva comandà".

E qui arriviamo, come si dice, al dunque. Le pagine più direttamente narrative del romanzo son dominate dall'uso pressoché assoluto del dialetto (lingua?) napoletano, prevalente nei dialoghi, che del resto occupano a loro volta uno spazio dominante nel racconto. Saviano dichiara onestamente in nota di aver goduto della consulenza dei professori Nicola De Blasi, di Napoli, e Giovanni Turchetta, di Milano, nell'allestimento di questa complessa e smisurata officina dialettale. Mi permetto di ipotizzare (e qui entriamo nel merito dei risultati "letterari" del libro) che, se questa collaborazione scientifica è stata, come lui stesso dice, preziosa, la carica reinventiva originalissima di questo dialetto in pieno XXI secolo, quando sembra che ogni tipo di linguaggio sia stato assorbito e omologato alla media tecnologica, sia da attribuire sostanzialmente alla spinta fortemente emotiva ed immaginativa di Saviano (senza trascurare il contributo rilevante che il linguaggio televisivo e telematico apporta ai modi di pensare e di dire dei "paranzini").

Veniamo all'ultimo ordine di considerazioni. Mi è già capitato di segnalare, a proposito di Gomorra, la presenza nell'immaginario di Saviano di una "carica visionaria" fortissima, una sorta di follia inventiva deregolatrice, che sta dietro le sue denunce civili ma anche dietro il suo modo d'intendere e rappresentare la realtà. In questo romanzo tale carica accentua la sua forza creativa: forse perché, come scrive, "a Napoli non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano" (definizione fulminante), e però per dire Napoli e i suoi protagonisti estremi, bisogna andare al di là delle regole comuni di una normale rappresentazione realistica o pararealistica.

Per dire questa realtà bisogna entrarci dentro, essere in grado di condividerla. Non accettarla, certo. Ma avere la capacità di capire fino in fondo quelli di cui si parla. Del resto, non è ciò che capita a ogni buon narratore? L'adesione di Saviano ai suoi giovani personaggi va al di là del mero intento rappresentativo. Non a caso l'unico personaggio letterario del passato, richiamato in Gomorra era stato Pier Paolo Pasolini. Forse è per questo che la dedica del romanzo viene espressa in questo registro singolare, altrimenti enigmatico, se la mia osservazione fosse totalmente infondata: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza". Vuol dire, evidentemente, che in quelle condizioni la colpa non annulla il germe attivo, positivo, che c'era, o poteva esserci all'origine ma anche viceversa. 

Quale colpa, quale innocenza? Non si sa, ma si potrebbe ipotizzare: i colpevoli non possono essere assolti, ma non possono neanche essere banalmente e ovviamente condannati. Una irriducibile ossessione li ha resi, e ha reso noi lettori di fronte a questa materia, bifronti.

Se questo è un bambino, il nuovo romanzo di Roberto Saviano ALBERTO ASOR ROSA 11 novembre 2016


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